lunedì 19 ottobre 2026

"Durante questa passeggiata assolata e mattutina vidi crescere davanti ai miei occhi il Caso"

 P. Soupault, Les Dernierès Nuits de Paris, X



"Credete che Georgette sia al corrente dei progetti di suo fratello?" gli domandai.
"Georgette? Voi pensate davvero di conoscere questa donna. Eppure non potrete mai comprenderla, perché proverete sempre il bisogno di fornirle idee e intenzioni. Georgette vive fuori da ciò che noi pensiamo sia lei stessa, tanto voi quanto io. Non ho mai potuto ammettere che lei non fosse che quella che capita, che obbedisce. Georgette è una donna: è tutto quello che potrei dire. Lei vive ed ecco tutto. Non sapete quale ruolo gioca tra tutte queste persone che  avete incontrato in mia compagnia. Lo si potrebbe paragonare a quello di un feticcio o di una mascotte". Volpe d'improvviso divenne serio: "Se per una ragione o per un'altra le capitasse di sparire, che fatica..."
Il mattino freddo aveva procurato a Volpe la sola ebrezza di cui fosse capace.
"Ditemi dunque, quando Georgette s'allontana, avete notato che il giorno non è lontano. Se se ne andasse per sempre, ho l'impressione, e voi sapete che non mi lascio incantare, ho l'impressione che non ci sarebbero più notti".
Volpe si alzò e mi fece capire che se ne sarebbe andato in quel momento da solo e che non avrei dovuto accompagnarlo.
Pensavo, mentre mangiavo l'ultimo croissant del cestino, a quanto mi aveva detto Volpe e a questa affermazione che era incomprensibile e al tempo stesso perentoria: Georgette è una donna.
Era così che si spiegavano il mistero. E' con questa affermazione che volevano spiegare tutto. Io sorridevo scettico e tuttavia non potevo impedirmi d'essere soddisfatto io stesso di questa spiegazione.
Ripresi dolcemente il mio cammino, seguendo il cammino ascendente del giorno. Mentre il sole si alzava e mi veniva incontro, mi meravigliavo di poter vivere in mezzo al mistero senza stupirmene ogni secondo. Ammettevo che ci si abitua alle più strane circostanze e sorridevo di pietà pensando a coloro che rifiutano di essere dei cosiddetti sciocchi, che vogliono comprendere ogni cosa e che solo non sono capaci di distinguere il mistero quotidiano che li bagna tutti interi.
Durante questa passeggiata assolata e mattutina vidi crescere davanti ai miei occhi il Caso. Mi apparve come un personaggio potente e tuttavia molto vicino, che prendeva l'aspetto di migliaia di uomini. Era pure questo passante placido che veniva al mio incontro come questo tassista ubriaco e stanco, era Volpe e Octave, forse era una parte di me stesso. Cresceva sempre di più e presto conclusi che Parigi, la mia città, era una delle sue dimore preferite. Accettavo di credere il Caso universale ma a Parigi, più che dappertutto altrove, credevo di vederlo  più facilmente, di toccarlo quasi con un dito. Erano, mi dicevo, le mani del tempo.
Il grande baccano del mattino e i forti profumi della primavera mi giravano attorno come per dare della ragione alla mia lucidità. Questo baccano, questi profumi erano i giocattoli del Caso, come tante altre cose, perché il Caso gioca di continuo e conduce il gioco. Sapevo bene, perbacco, che ci sono degli uomini che vogliono lottare con lui, degli altri che gli negano l'esistenza, ma anche altri che non contano che su di lui. Ce ne sono degli altri che semplicemente, incoscientemente forse, accettano i suoi ordini e quel mattino lì volevo essere come questi ultimi, più vicini a me, più forti.
Mi fermai sul ponte de la Concorde e considerai con affetto il gomito che forma la Senna. Sul fiume galleggiava una feccia di oggetti, di pezzi di legno, di resti innominabili che scivolavano verso il loro destino. Alcuni, stretti gli uni contro gli altri, si erano rifugiati in un piccolo golfo. La corrente li sollevava, li ricopriva ironicamente e talvolta ne afferrava dei frammenti per lanciarli in mezzo al fiume.
I miei occhi correvano da una riva all'altra. Talora il mio spirito risaliva la corrente e talora ci si abbandonava. Volevo cercare talora delle cause, dei motivi e talora accettavo volentieri la mia ignoranza, la mia semplicità.
Lontano, tra le torri di Notre-Dame, vidi apparire la primavera. Poi si alzò un vento, immenso, e si agitò come la più grande bandiera che avessi mai visto durante la mia vita.

sabato 26 settembre 2026

il mondo non respira che chiudendo gli occhi


in centro hanno chiuso un parco
mi distraeva con le sue fronde la sua fauna urbana
le foglie ben orchestrate da un fato minore
non ho più questa stanza del mio labirinto di parole
non ho più labirinti in cui guidare questa animula
il problema, lo dico, consiste nel trovare una soluzione
un esito a questo grumo che si avviluppa attorno
sempre più a questo grumo d’esistenza
mentre le mosche frusciano e ronzano
frusciano svolazzano e ronzano attorno.

se frenetico rincorro un respiro cieco
una feritoia di cielo notturno
ti chiamo e tu sussurri nello spazio cosmico
che io solo questo grumo di mosche sono
una scala di giacobbe che non mi regge
ci sono anche nuvole che hanno navigato
poi naufragato nuvole dorate d’oriente
non sono mica morte e nell’atlantico meridionale
ora ristorano stormi di pesci atmosferici:
questo mondo non respira che serrando gli occhi.

M. Chagall, "La scala di Giacobbe", litografia 1977



venerdì 4 settembre 2026

Una Giraffa nell'armadio/14: Georges Schéhadé e il Surrealismo in Libano

je m’endormirai volontiers jeune femme  

n’éblouissez pas l’oiseau qui me regarde  

les couleurs naissent dans les sommeils  

cette semaine les fleurs sont irrespirables  

et c’est un effort vers ta bouche que je perds.  

maintenant que je suis à l’état limpide de pierre  

hors des saisons comme une essence  

la bouche mal gardée comme la grille de la route  

la nuit jette nos lampes dans les arbres.


mi addormenterò dolcemente donna mia

non abbagliate l'uccello che mi scruta

è quando si sogna che nascono i colori

questa settimana i fiori restano irrespirabili

e sento un grande sforzo verso la tua bocca ma viene meno

ora che sono allo stato limpido della pietra

fuori da ogni stagione come un'essenza

le labbra mal custodite come un cancello sulla strada

la notte getta le nostri luci nella foresta

mi addormenterò dolcemente

Georges Schéhadé (1905-1989)

P. Klee, "Fuoco a luna piena", 1933, Museum Folkwang di Essen



la fine dell'estate

non ho poi molte cose da dire. 

molte infatti si insegnano o si raccontano, ma alcune si provano solamente.

tutto coperto sotto la stessa sabbia rossa della stagione secca.

tutti all'aria aperta, sotto un immenso cielo blu, come un'immensa comunità.

qui sentire il pulsare potente della vita, sotto un mango o un'acacia.

qui vicino all'albero dai fiori di fuoco ritrovare alcuni colori noti, e scoprirne altri nuovi, mano nella mano.

un grande grazie ai miei compagni di avventura e a quanti hanno contribuito ai nostri piccoli progetti, ai nostri grandi sogni.

spero di rivederci presto!

"si chiedeva come fosse possibile che la gente non danzasse per strada, non danzasse a quel ritmo monotono, assordante e pericoloso, che aveva in testa: era una musica meravigliosa".

Leonora Carrington, "L'attesa" 

p.s. tranquille, Laura e Celeste, che fra poche ore sono a casa: ho solo fatto un salto per salutare degli amici... 







mercoledì 8 luglio 2026

Una Giraffa nell'armadio/13: tutte le mie anime: inediti da "Pesce solubile"

"Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro"

Quando viaggio, il mio posto preferito è quello a lato del finestrino. Scomodo per le gambe, fastidioso quando si esce tra le sedute sempre più strette, ma offre vantaggi invidiabili, che si possono riassumere in un punto: il panorama oltre il finestrino. È piacevole vedersi srotolare davanti paesaggi, città, muri e gallerie, filari di alberi o colline o montagne, squarci di persone di passaggio, il muoversi dei cieli. È piacevole ammirare da quel posto del treno o del bus tante strade, tanti volti, parrebbe tutto il mondo. È ancora più piacevole talvolta accoccolarsi, sopraffatti dal viaggio, dalle ginocchia tumefatte e dal sonno, e trasformarsi in puro occhio, sorprendersi a scrutare, quasi con mistica contemplazione, scrutare in movimento, scrutare e nient’altro, senza giudizio, senza pensiero. Osservare da quel luogo chiuso diventa un osservare al quadrato, grazie alla possibilità superlativa di incontri, una declinazione differente del vivere.

Questa modalità di ricezione ricorda la lettura di testi che lasciano lo stesso sapore, un aroma di occasioni rapide, se non furtive. Non sono nemmeno incontri, a cui ci si prepara con qualche prevenzione, ma sono scontri inaspettati con le parole, schianti potenti e veloci, ma che aprono a lampi di pensiero, paesaggi che lasciano a bocca aperta, muri e gallerie di cui si percepisce l’intensità solo visceralmente, irrazionalmente, alberi, colline o montagne che permangono profondi in noi.


"Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi"

Pesce solubile di André Breton è uno di questi libri perché, nella semplicità di queste historiettes, rappresenta un exemplum, un modello paradigmatico della prosa surrealista, quello della scrittura automatica, una stesura rapida, impulsiva, avulsa dalla coscienza: il dettato dell’inconscio. Il carattere principale di questa composizione è l’illeggibilità, ovvero la mancanza di coerenza tematica, narrativa e persino stilistica. Il processo di lettura è ulteriormente complicato dalla scomparsa o dalla cancellazione dei nessi logici e dalla perdita di ogni punto di riferimento, dal disorientamento del lettore in un orizzonte non più familiare, non più convenzionale, non più suo. Così la scrittura automatica si spoglia volutamente di qualsiasi possibilità di interpretazione, mentre l’unica costante che perdura e può guidarci rimane dunque la catena di immagini e di metafore che ne costituiscono l’ossatura narrativa: un rosone di miraggi e visioni, come in viaggio su un treno o un bus.

Ora, dei 114 testi che André Breton annotò dalla metà di marzo fino al 9 maggio 1924 su sette quadernetti scolastici solo 32 furono pubblicati in Pesce solubile, eppure, grazie i manoscritti conservati e condivisi on line dalla Bibliothèque nationale de France (BnF), abbiamo la possibilità di leggere anche quelli esclusi. È questa la possibilità di trovare altre scintille, altri paesaggi, altri schianti poetici sepolti dalla storia editoriale dell’opera. I testi 21 e 27 del primo quadernetto bretoniano mantengono infatti la bellezza di quelli presenti nella raccolta e, ad oggi, non possiamo ricostruire chiaramente le motivazioni della loro esclusione, se non quella di una scelta personale dell’autore.


"Le mie lacrime sono lacci trasparenti che mi uniscono alla preghiera, alla dolce quercia della preghiera"

Il mio personale invito alla lettura è quello di gustare i colori autentici e che emergono dagli accostamenti, anche quelle più assurdi, per esercitare quell’abilità la cui sopravvivenza oggi è sempre più a rischio, la pura immaginazione, che, citando Breton, “non è dono ma oggetto di conquista per eccellenza”. In un mondo massificato di automazione automobili automatismi autorealizzazione autoreferenzialismi in cui l’unica scelta è il consumo, la società ha il dovere ontologico di coltivare, allenare, potenziare la libertà della fantasia individuale, unico sentiero per poter pronunciare la parola “amore”.

Iniziamo allora questo viaggio, ma sempre dal posto del finestrino, perché “le parole, le immagini, non si offrono che come un trampolino allo spirito di colui che le ascolta” (A. Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924).

Anna Weyant, Ride or Die, 2019-2020


André Breton, PS I, 21

Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro. Avevano preso freddo nel giardino dei teschi e ora trovavano l’occasione opportuna d’abbagliare di brividi le culle dei loro lentischi. Le mie anime si erano ricongiunte e ora come un banco di pesci dorati e freddi mascheravano un’ora della notte. Le mie anime, capelli corti, si rammentavano della terra morta, la terra che da secoli gli uomini accompagnano verso il suo ultimo sonno, a testa nuda, dietro alle corone del sole. Un canto triste e pesante come canti di burrasca conduceva le chiese perdute nella campagna, le furbe chiese del Sahara. Poi, sotto gli sputi della rugiada, le mie anime continuavano il loro cammino come delle frecce bianche nell’ora in cui luccica il corno delle vacche marine. E la preda della mia testa passava tra le verità intrecciate di piume, ad occhi chiusi, passava fluida di suoni formati al margine delle fronti sul bordo superiore del petalo. Qui le mie anime riprendevano coscienza, come dei pozzi di solitudine aperti sul ritrovamento dei clan. In questa foresta gassosa erano assegnati dei germi alimentari a fiori mendicanti che i sospiri sfogliavano via via e allertavano non appena si forzava la serratura del cielo. Alcuni cappelli da donna, armati di violette e di minuscole rotelle, ritagliavano sulle grandi rocce a forma di violoncello il principio della moda, sciagura dell’anima al centro, che si lamentava per il nuovo gusto. Le mie altre anime la consolavano alla meno peggio con dei granai pieni di farina nera che salivano al bordo di un lago e con delle ghiandole mostruose che le violazioni sottomettevano al mio passo. Queste chiromanti che leggevano il destino mi avevano molto stremato prima dell’inganno e la mia morte le allontanava benché le loro mani fossero scure e raggrinzite. Le nostre dita s’intrecciavano nella morte alla maniera di libellule che al calare della notte circondano i grandi parchi, soffocando gladioli e follie. Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi. Ma le mie anime non credevano ormai più ad altro che alla vanità, alla vanità della carne, alla vanità dell’assassinio. E sul pavimento-estate andavamo come questo carrozzone di vetro va alla riscoperta dello stile, cantando di tutte le donne scapigliate, di tutte queste anime in festa, che l’onda accarezzava attraverso le piccole piastrelle di vetro morbido, tramite il colpo delle piccole graminacee e le palline di sambuco a tre franchi all’ora, mentre alla luce che si riportava l’ombra sul viso e coperte di lucertole, di viburno e di smorfie per compiacere la regina che si masturba sul prato di spaventapasseri freddi e di croci.

21 marzo 1924


André Breton, PS I, 27

Le mie lacrime sono lacci trasparenti che mi uniscono alla preghiera, alla dolce quercia della preghiera. Le frecce che sprofondano nelle mie braccia non impediscono all’eremita di immergersi nel profondo del mio cuore. Sotto le mie bende sanguinanti si rincorrono le lanterne della pattuglia, lanterne di Lohengrin. E sul battello che si allontana le esplosioni scure del mio riposo non afferrano che sirene dalla veste metallica e ippocampi planetari. Poi soffro del terrore di nuovi Casanova dell’alba che lastricano il mare. In un solo minuto è stato levigato tutto il cielo, i ruoli di facciata e di profilo sono svaniti a causa della natura e le fragole di alcuni cortigiani si sono posate all’ombra come meduse. Dal soffitto del nord appare il rosone boreale, ogni larva ritrova il suo blu, ogni accoppiamento s'interrompe nelle braccia della platessa dal labbro d’astragalo che si stende sulla collina, guizzando più bianca di me. Il sole fa fatica ad addormentarsi come una donna richiesta a ogni ora dai palloncini di luce e dal piombo della relazione.

24 marzo 1924