giovedì 16 aprile 2026

16 aprile 2026 - A Celeste



quando ti bacio la fronte

è sera e ormai ti lasci alle mie braccia

quando ti bacio la fronte 

la camera è immersa nel silenzio tu

scarpe spuntate e dita raggrinzite 

distesa nelle tenebre

quando ti bacio la fronte

tu mi serri l’incavo tra l’indice e il pollice

e premi piccola come se fosse 

un pegno della mia presenza

la tua ricerca irrequieta e io

io ti bacio tre volte la fronte scostandoti 

qualche ciocca di capelli ribelle

e baciandoti la fronte

carezzo il tuo futuro: abbraccio

le tue cadute lavo via

le malattie così ti stringo 

per quando ti sentirai sola ti stringo 

per spegnere lo spavento

e ti lancio per quando amerai

con cuore pieno e le ali libere.

baciandoti la fronte

fisso con te il cielo nella pace estiva

scaldo i tuoi piedi nell’inverno che assidera

soffio via le tue nubi lontane

e così bacio la tua fronte:

carezzo tutti i tuoi giorni e i tuoi trionfi

li sfrondo uno per uno per uno

per uno per quando forse

non mi sarai che una stella lontana e lucente.

sulla tua fronte una piuma senza più peso

ti accompagnerà sempre.






domenica 22 febbraio 2026

Una Giraffa nell'armadio/11: Dora Maar, "Mon bonheur est pareil au silence"

 je vois le paysage inaccessible

la lumière est répandue

sa nuance parait éternelle

et l'heure de mon tableau

marquera pour toujours l'après-midi

mon bonheur est pareil au silence


guardo il paesaggio irraggiungibile

la luce dilaga

la sua sfumatura pare immortale

e l'ora del mio quadro

marchierà per sempre questo pomeriggio

la mia felicità è simile al silenzio


Dora Maar, 8 maggio 1932


Paul Delvaux, "Il ritiro", 1973


mercoledì 31 dicembre 2025

Una Giraffa nell'armadio/10: per chi non finisce e non inizia, ma per chi continua

da Francis Ponge, "Il partito preso delle cose", 1942, trad. Jacqueline Risset


CHIOCCIOLE

Al contrario dei ciocchi, che sono gli ospiti delle ceneri calde, le chiocciole amano la terra umida. Go on, procedono con tutto il corpo incollato ad essa. La portano via, la mangiano, la defecano. La terra le traversa, essa la traversano. Si tratta di una interpenetrazione del miglior gusto perché, per così dire, tono su tono - con un elemento passivo, un elemento attivo - che si sposta e nello stesso tempo si nutre. (C'è altro da dire sulle chiocciole. Prima di tutto la loro umidità. Il sangue freddo. La loro estensibilità).

Da notare del resto che non si può immaginare una chiocciola uscita dalla propria conchiglia e che non si muova. Appena si riposa, rientra subito nel fondo di sé. Il pudore la costringe invece a muoversi non appena mostra le proprie nudità, non appena lascia vedere la propria forma vulnerabile. Non appena si espone, cammina.

[...]

Certo, portare ovunque con sé quella conchiglia è a volte un vero fastidio, ma non si lamentano e, in fin dei conti, sono contente così. E' prezioso, dovunque si sia poter tornare a casa e sfidare gli importuni. Ne valeva proprio la pena.

Sbavano di orgoglio per questa facoltà, per questa comodità. Come è possibile, che io sia un essere così sensibile e così vulnerabile, e allo stesso tempo così ben difeso contro gli assalti degli importuni, così padrone della propria felicità e della propria tranquillità. Da cui quel meraviglioso portamento di testa.

Insieme così incollata al suolo, così commovente e così lenta, così progressiva e così capace di staccarmi dal suolo per rientrare in me, e allora dopo di me il diluvio, una pedata può farmi rotolare ovunque. Sono ben sicura di rimettermi in piedi e di rincollarmi al suolo dove la sorte mi avrà relegata, e di trovarvi il mio cibo: la terra, il più comune degli alimenti.

Che felicità, che gioia perciò essere una chiocciola. Ma quella bava di orgoglio, ne impongono il marchio a tutto ciò che toccano. Una scia argentata le segue. E forse le segnala al becco dei volatili che ne vanno ghiotti. Qui sta il busillis, la questione, essere o non essere (vanitosi), il pericolo.

[...]

Niente é bello come quel modo di procedere, così lento, così sicuro, così discreto; a prezzo di quale sforzo questo scivolare perfetto con il quale onorano la terra! Proprio come una lunga nave, dalla scia argentata. Quel modo di procedere e maestoso, soprattutto se si tiene conto, ancora una volta, della vulnerabilità, di quei globi oculari tanto sensibili.

[...]

Ma probabilmente le chiocciole non avvertono questo bisogno. Sono eroi, cioè a dire essere la cui stessa esistenza è opera d'arte - piuttosto che artisti, cioè a dire fabbricatori di opere d'arte.

Ma qui tocco uno dei punti principali della loro lezione, che non è del resto loro propria ma è posseduta in comune da tutti gli esseri a conchiglia; la conchiglia è parte del loro essere, e insieme opera d'arte, monumento. Dura più a lungo di loro.

Ed ecco l'esempio che esse ci dànno. Sante, fanno della loro vita opera d'arte - opera d'arte del loro perfezionamento. Il loro stesso secernere avviene in tale modo che si mette in forma. Ciò di cui è fatta la loro opera non comporta nulla di esterno a loro, alla loro necessità, al loro bisogno. Nulla di sproporzionato - d'altra parte - al loro essere fisico. Nulla che non sia per loro necessario, obbligatorio.

Così tracciano agli uomini, il loro dovere. I grandi pensieri vengono dal cuore. Perfeziònati moralmente e farai bei versi. Morale e retorica si raggiungono dell'ambizione e nel desiderio del saggio.

Ma sante in che cosa: nell'ubbidire precisamente alla loro natura. Conosci te stesso, quindi, prima di tutto. E accettati quale sei. In accordo con i tuoi vizi. In proporzione con la misura di te.


Victor Brauner, "Sdoppiamento vegetale", 1955

mercoledì 24 settembre 2025

Una Giraffa nell'armadio/9: L. Carrington, "Il cornetto acustico"

Come propedeutica alla mostra su Leonora Carrington (1917-2011) al Palazzo Reale di Milano (dal 20 settembre 2025 all'11 gennaio 2026) ho letto uno dei suoi racconti, "Il cornetto acustico", pubblicato da Adelphi nel 1984 con la traduzione, tanto scorrevole da quasi non apparire, di Ginevra Bompiani.

Leonora Carrington, E poi vide la figlia del Minotauro!, 1953, olio su tela, 60 x 70 cm. San Francisco, Gallery Wendi Norris.

Non senza qualche sorpresa, ho trovato un testo frizzante, una narrativa che, pur sparpagliandosi via in mille meandri, riesce a catturare l'attenzione. Siccome l'incedere è senza soluzione di continuità, a causa di una creatività immaginifica e policentrica, non vi è spazio per lugubri parentesi riflessive, tantomeno per celebrazioni di poetica.
Questa non è una recensione, perché di una recensione questo volumetto non ha bisogno; molte ne sono state già scritte, ma queste pagine briose vanno solo lette con tanto gusto umoristico.
Alcuni passaggi sottolineati?

"Capita anche a me in certi momenti di pensare di scrivere una poesia ma far rimare le parole è così difficile, come cercare di guidare un branco di tacchini e di canguri per una strada di grande traffico e tenerli bene allineati in fila senza guardare le vetrine. Ci sono tante di quelle parole e tutte significano qualcosa".

"Personalmente credo che il tempo sia senza importanza e quando penso alle foglie d'autunno e alla neve, la primavera e l'estate, gli uccelli e le api, mi rendo conto che il tempo è senza importanza, eppure la gente dà moltissima importanza agli orologi. Io credo nell'ispirazione, una conversazione ispirata fra due persone con qualche misteriosa affinità può portare più gioia nella vita perfino del tipo più costoso di orologio."

"Tante volte mi sento come Giovanna d'Arco così spaventosamente fraintesa e tutti quei tremendi vescovi e cardinali che stuzzicano quel suo povero cervello tormentato con tante domande inutili non posso non provare una profonda affinità con Giovanna d'Arco e spesso mi sento bruciare sul rogo solo perché sono diversa da tutti gli altri perché mi sono sempre rifiutata di rinunciare a quel meraviglioso strano potere che ho in me che si rivela ogniqualvolta mi trovo in armoniosa comunicazione con qualche altro essere ispirato come me".


Cosa mi rimane, alla fine? In fondo la protagonista, anche se non coincide con la narratrice, ne rispecchia la ricca e incessante immaginazione: tanti colori, una bella tazza di fantasia, che ha spaziato dalla casa di riposo del dottor Gambit alla ricerca del sacro Graal, da atmosfere alla Agatha Christie ad accostamenti non sense, e un surrealismo personale, rivisitato e originale, femminista, che nel 1974, la data della composizione del racconto, è più vivace e sorridente che mai. 

E nella fuga labirintica il centro di ogni traiettoria, la camera magmatica di ogni esplosione è l'Io narrativo, proprio come il finale e proprio come nei quadri della Carrington, un racconto aperto di sé e del proprio inconscio.

lunedì 14 luglio 2025

La partita di pallone

È sera e, per coccolare il vuoto della mia stanchezza, la cullo sul divano, in una quiete semioscura, mentre m’impasto la bocca con un bicchiere. Con quest’amarezza scorro qualche immagine sul cellulare e casualmente m’imbatto in qualche foto di alcuni miei compagni delle medie, poi, incuriosito, proseguo da me questa ricerca e cerco quell’altro, che proprio non sopportavo, poi l’amico dal sorriso che mi rassicurava, e poi ancora un altro: “come faceva quel cognome strano?”. Passo un’ora a racimolare i loro nomi, i loro volti, le storie vissute assieme.

Il primo che incontrai casualmente, di cui mi ricordo ancora gli occhi limpidi, lo spaccone che m’impegnavo a perdonare, quello che se n’è andato d’improvviso, senza che io ne potessi capire molto più, e poi tutti quelli che neppure io ricordo più distintamente…

Sono passati decenni da quei ricordi ormai polverosi e i miei compagni non li ho mai più rivisti, non ho più rivisto nessuno. Eppure ci sentivamo grandi nei nostri discorsi e tanto la nostra amicizia quanto i nostri litigi sembravano di un marmo destinato all’eternità, di un’importanza che ci avrebbe segnato. Quando un giorno seppi che li avrei lasciati, era maggio, corsi su un balcone e piansi tutto il pomeriggio, giurando a me stesso che non avrei dimenticato ciò che fino ad allora era stata la mia famiglia, la mia vita.

Le lunghe partite pomeridiane a calcio, in cui non ero granché, ma sfidavo i ragazzini più bravi e più grandi, correvo correvo correvo, le chiacchierate pomeridiane senza un perché, la scoperta incantata dei primi testi in latino e greco e le risate più becere in classe, i pianti, sì, anche i pianti, i primi amori e quelle confidenze più cocenti di cui non sono più capace perché ne ho perso l’ingenuità: tutto ciò che più di vent’anni fa chiamavo vita ora non è più nemmeno rifilato in qualche solaio dimenticato, poiché non ha più voce e non ha più luogo. Sono anche abbastanza certo che nessuno di questi miei compagni si ricorda più di me, di quello che allora ero io. Figurarsi se potesse riconoscermi ora, che sono passati anni dalla mia ultima partita di pallone.

In effetti è cambiato tanto dai miei occhi di allora e il mio volto si è fatto meno scavato, più distaccato, di un sorriso talvolta più ipocrita e poi, lo so bene, non piango più, non so più piangere. Ho viaggiato lontano, ho condiviso. molto, sperperato qualcosa di quanto avevo, ho tenuto poco per me. Forse nemmeno quell’io di anni fa non mi riconoscerebbe oggi, o non avrebbe piacere a riconoscersi. D’altronde continuare a vivere equivale a collezionare foto nei falò. A esser fortunati, magari distinguerebbe ancora la falcata sulla fascia sinistra, anche se imbolsita e lenta, qualche dribbling, la foga di attaccare, di difendere, di giocare, con tutta la mia rabbia. Attaccare, difendere, giocare, con tutta la mia rabbia.

C’è che ce l’ho messa tutta, a seguire i miei sogni, ma poi la strada si è fatta più stretta, io sempre più solo, la notte sempre più spaventosa. C’è che io ho cercato sempre di tenderti la mia mano, ma dovevo proseguire, capire come andavano le cose, probabilmente anche ferirmi, e poi ferire. C’è che sono sempre stato il solo a credere in me, o quantomeno alle mie parole, qualche volta ho vinto e più spesso ho perso, poi mi sono stancato e mi sono seduto a guardare. Non mi va neppure di starmene a capire o a spiegare le ragioni.

È passato tanto tempo, troppo anche per riguardarsi indietro e provare a trarre fuori, come per miracolo, un senso a quegli anni e a quegli incontri: il tempo ha bruciato ogni traccia e non è più il tempo per giocare. Eppure, socchiudendo un attimo le palpebre, mi sento ancora quel ragazzino, insicuro, inesperto, senza voce, che corre nel campo di terra e polvere. E non sono solo, poiché vi ho ancora tutti davanti, vi vedo uno a uno alla luce di questo sole di maggio: oggi è un pomeriggio di studio, ma prima di tornare sui libri scendiamo al campo, in maglietta, pantaloncini e con le scarpette sporche. Testa o croce per fare le squadre, veloci, per il campo o la palla. Iniziamo un’altra volta, amici, iniziamo ancora, come se fosse oggi, questo passato cancellato. Chiedo palla, e corro, attacco, difendo, gioco con tutta la mia rabbia.