mercoledì 8 luglio 2026

Una Giraffa nell'armadio/13: tutte le mie anime: inediti da "Pesce solubile"

"Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro"

Quando viaggio, il mio posto preferito è quello a lato del finestrino. Scomodo per le gambe, fastidioso quando si esce tra le sedute sempre più strette, ma offre vantaggi invidiabili, che si possono riassumere in un punto: il panorama oltre il finestrino. È piacevole vedersi srotolare davanti paesaggi, città, muri e gallerie, filari di alberi o colline o montagne, squarci di persone di passaggio, il muoversi dei cieli. È piacevole ammirare da quel posto del treno o del bus tante strade, tanti volti, parrebbe tutto il mondo. È ancora più piacevole talvolta accoccolarsi, sopraffatti dal viaggio, dalle ginocchia tumefatte e dal sonno, e trasformarsi in puro occhio, sorprendersi a scrutare, quasi con mistica contemplazione, scrutare in movimento, scrutare e nient’altro, senza giudizio, senza pensiero. Osservare da quel luogo chiuso diventa un osservare al quadrato, grazie alla possibilità superlativa di incontri, una declinazione differente del vivere.

Questa modalità di ricezione ricorda la lettura di testi che lasciano lo stesso sapore, un aroma di occasioni rapide, se non furtive. Non sono nemmeno incontri, a cui ci si prepara con qualche prevenzione, ma sono scontri inaspettati con le parole, schianti potenti e veloci, ma che aprono a lampi di pensiero, paesaggi che lasciano a bocca aperta, muri e gallerie di cui si percepisce l’intensità solo visceralmente, irrazionalmente, alberi, colline o montagne che permangono profondi in noi.


"Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi"

Pesce solubile di André Breton è uno di questi libri perché, nella semplicità di queste historiettes, rappresenta un exemplum, un modello paradigmatico della prosa surrealista, quello della scrittura automatica, una stesura rapida, impulsiva, avulsa dalla coscienza: il dettato dell’inconscio. Il carattere principale di questa composizione è l’illeggibilità, ovvero la mancanza di coerenza tematica, narrativa e persino stilistica. Il processo di lettura è ulteriormente complicato dalla scomparsa o dalla cancellazione dei nessi logici e dalla perdita di ogni punto di riferimento, dal disorientamento del lettore in un orizzonte non più familiare, non più convenzionale, non più suo. Così la scrittura automatica si spoglia volutamente di qualsiasi possibilità di interpretazione, mentre l’unica costante che perdura e può guidarci rimane dunque la catena di immagini e di metafore che ne costituiscono l’ossatura narrativa: un rosone di miraggi e visioni, come in viaggio su un treno o un bus.

Ora, dei 114 testi che André Breton annotò dalla metà di marzo fino al 9 maggio 1924 su sette quadernetti scolastici solo 32 furono pubblicati in Pesce solubile, eppure, grazie i manoscritti conservati e condivisi on line dalla Bibliothèque nationale de France (BnF), abbiamo la possibilità di leggere anche quelli esclusi. È questa la possibilità di trovare altre scintille, altri paesaggi, altri schianti poetici sepolti dalla storia editoriale dell’opera. I testi 21 e 27 del primo quadernetto bretoniano mantengono infatti la bellezza di quelli presenti nella raccolta e, ad oggi, non possiamo ricostruire chiaramente le motivazioni della loro esclusione, se non quella di una scelta personale dell’autore.


"Le mie lacrime sono lacci trasparenti che mi uniscono alla preghiera, alla dolce quercia della preghiera"

Il mio personale invito alla lettura è quello di gustare i colori autentici e che emergono dagli accostamenti, anche quelle più assurdi, per esercitare quell’abilità la cui sopravvivenza oggi è sempre più a rischio, la pura immaginazione, che, citando Breton, “non è dono ma oggetto di conquista per eccellenza”. In un mondo massificato di automazione automobili automatismi autorealizzazione autoreferenzialismi in cui l’unica scelta è il consumo, la società ha il dovere ontologico di coltivare, allenare, potenziare la libertà della fantasia individuale, unico sentiero per poter pronunciare la parola “amore”.

Iniziamo allora questo viaggio, ma sempre dal posto del finestrino, perché “le parole, le immagini, non si offrono che come un trampolino allo spirito di colui che le ascolta” (A. Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924).

Anna Weyant, Ride or Die, 2019-2020


André Breton, PS I, 21

Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro. Avevano preso freddo nel giardino dei teschi e ora trovavano l’occasione opportuna d’abbagliare di brividi le culle dei loro lentischi. Le mie anime si erano ricongiunte e ora come un banco di pesci dorati e freddi mascheravano un’ora della notte. Le mie anime, capelli corti, si rammentavano della terra morta, la terra che da secoli gli uomini accompagnano verso il suo ultimo sonno, a testa nuda, dietro alle corone del sole. Un canto triste e pesante come canti di burrasca conduceva le chiese perdute nella campagna, le furbe chiese del Sahara. Poi, sotto gli sputi della rugiada, le mie anime continuavano il loro cammino come delle frecce bianche nell’ora in cui luccica il corno delle vacche marine. E la preda della mia testa passava tra le verità intrecciate di piume, ad occhi chiusi, passava fluida di suoni formati al margine delle fronti sul bordo superiore del petalo. Qui le mie anime riprendevano coscienza, come dei pozzi di solitudine aperti sul ritrovamento dei clan. In questa foresta gassosa erano assegnati dei germi alimentari a fiori mendicanti che i sospiri sfogliavano via via e allertavano non appena si forzava la serratura del cielo. Alcuni cappelli da donna, armati di violette e di minuscole rotelle, ritagliavano sulle grandi rocce a forma di violoncello il principio della moda, sciagura dell’anima al centro, che si lamentava per il nuovo gusto. Le mie altre anime la consolavano alla meno peggio con dei granai pieni di farina nera che salivano al bordo di un lago e con delle ghiandole mostruose che le violazioni sottomettevano al mio passo. Queste chiromanti che leggevano il destino mi avevano molto stremato prima dell’inganno e la mia morte le allontanava benché le loro mani fossero scure e raggrinzite. Le nostre dita s’intrecciavano nella morte alla maniera di libellule che al calare della notte circondano i grandi parchi, soffocando gladioli e follie. Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi. Ma le mie anime non credevano ormai più ad altro che alla vanità, alla vanità della carne, alla vanità dell’assassinio. E sul pavimento-estate andavamo come questo carrozzone di vetro va alla riscoperta dello stile, cantando di tutte le donne scapigliate, di tutte queste anime in festa, che l’onda accarezzava attraverso le piccole piastrelle di vetro morbido, tramite il colpo delle piccole graminacee e le palline di sambuco a tre franchi all’ora, mentre alla luce che si riportava l’ombra sul viso e coperte di lucertole, di viburno e di smorfie per compiacere la regina che si masturba sul prato di spaventapasseri freddi e di croci.

21 marzo 1924


André Breton, PS I, 27

Le mie lacrime sono lacci trasparenti che mi uniscono alla preghiera, alla dolce quercia della preghiera. Le frecce che sprofondano nelle mie braccia non impediscono all’eremita di immergersi nel profondo del mio cuore. Sotto le mie bende sanguinanti si rincorrono le lanterne della pattuglia, lanterne di Lohengrin. E sul battello che si allontana le esplosioni scure del mio riposo non afferrano che sirene dalla veste metallica e ippocampi planetari. Poi soffro del terrore di nuovi Casanova dell’alba che lastricano il mare. In un solo minuto è stato levigato tutto il cielo, i ruoli di facciata e di profilo sono svaniti a causa della natura e le fragole di alcuni cortigiani si sono posate all’ombra come meduse. Dal soffitto del nord appare il rosone boreale, ogni larva ritrova il suo blu, ogni accoppiamento s'interrompe nelle braccia della platessa dal labbro d’astragalo che si stende sulla collina, guizzando più bianca di me. Il sole fa fatica ad addormentarsi come una donna richiesta a ogni ora dai palloncini di luce e dal piombo della relazione.

24 marzo 1924









giovedì 7 maggio 2026

Una Giraffa nell'armadio/12: A. Chavée, "Star buoni"

 ad Albert Ludé

un elefante si dondolava nella mia cucina
gli ho detto molto gentilmente
"qui non sei in un negozio
di cristalli
sei a casa di un poeta
impara a comportarti"
e saggiamente scomparve con delicatezza.

un elefante - bianco questa volta
cosa rara! -
si dondolava nel corridoio
e gli dico
"non sei a casa di un energumeno"
ed ecco che lui mi risponde
"scusi, signor poeta, scusi".

avrei potuto credere
di averla finita con gli elefanti
e vado nella mia camera da letto
d'abitudine
guardo sotto il mio letto
(sapete bene quel che vuol dire)
ci trovo ancora un elefante.

non mi sono arrabbiato
non ho creduto a uno scherzo
gli ho detto
"vieni con me a letto amico mio
vieni a dormire con me
ad ogni giorno basta la sua pena
ti concedo il beneficio del diritto d'asilo"
e mi sono addormentato
pacificatamente.

trad. E. Pini


Proviamo a decifrarla, questa poesia surrealista! Cogliamo la provocazione di chi talvolta dice: "Ma queste composizioni che vogliono dire? E se non vogliono dire nulla allora sono prive di significato! E come può essere bello qualcosa che è insignificante? Che senso ci trovi?".
Ecco, proviamo a decifrarla, questa poesia, anche solo sperimentalmente, in modo artigianale e difettoso, come per gioco, un po' alla stregua delle analisi semiologiche di Barthes o Greimas.
Se la bellezza di alcuni versi hanno una potenza immaginifica e ispirano bellezza al di là di ogni fissazione razionale del testo, ciò non vieta al lettore il tentativo, sempre imperfetto, della loro comprensione. 

La comprensione di un testo è un composta da un momento di analisi e da un altro momento di sintesi, che qui propongo a proposito di una breve poesia del poeta belga Achille Chavée (1906-1969), una storiella.
La composizione è divisa in quattro sequenze, di cui le prime tre apparentemente speculari e simmetriche nello schema narrativo: il poeta incontra un elefante in un luogo insolito della casa e ha una breve interazione con lui, finché in conclusione non lo invita a dormire con lui, nel proprio letto.
Proprio questa vicenda, molto semplice, appare al lettore carica di elementi clamorosamente paradossali e assurdi, come spesso nei testi surrealisti, tra cui la presenza inaspettata di un elefante in casa, il dialogo con l'animale e ovviamente la conclusione.
Ma non tutto ciò che assurdo non ha un significato.

Mi pare di poter rimarcare tre poli semantici, ovvero:

1. l'elefante
L'animale, tanto esotico e celebre per la sua stazza, fa riferimento al modo di dire "comme un éléphant dans un magasin de porcelaine", che corrisponde all'italiano "come un elefante in una cristalleria", come sottolineato ai vv. 3-4. Il detto è usato abitualmente per denotare una persona goffa, priva di delicatezza, se non rozza e impetuosa, ingombrante. Non per caso l'azione ripetuta dal personaggio è il dondolamento continuo. 
D'altra parte l'elefante nella seconda strofa è descritto come "bianco", il colore che rimanda alla purezza e all'innocenza, priva di macchia; una conferma di questa lettura è l'estrema gentilezza, ingenua e candida, con cui il pachiderma si scusa rispondendo al poeta.
In effetti il personaggio muta il proprio atteggiamento davanti alla richiesta del protagonista, si pone in modo più gentile, ma non riesce a mutare la propria natura e risulta ancora ingombrante.

2. il poeta e la casa del poeta
Il poeta è l'io lirico, riconosciuto in tal modo dall'animale. i luoghi, che sono in ordine la cucina, il corridoio e la camera da letto, sono le stanze della casa del poeta, come chiarito al v. 5. Non un luogo estraneo, non un luogo indefinito ma quello intimo del narratore, contrapposto tuttavia al negozio di cristalleria (vv. 3-5). Se quest'ultimo è il luogo dove dovrebbe stare l'elefante, luogo di disagio, fastidio e scomodità, la casa del poeta è il luogo, quasi grave e solenne, dell'appropriato, dell'etichetta, dove è necessario comportarsi in maniera dignitosa. Al v. 12 c'è un'ulteriore contrapposizione tra la dimora del poeta e "la casa di un energumeno", anche qui a evidenziare la differenza tra l'ordine curato e la forza disordinata. 
L'antitesi dei luoghi è riflessa  da quella dei personaggi del racconto, infatti nelle prime due strofe il protagonista rimbrotta a più riprese l'elefante, in un particolare rapporto affettato,  che si evince dagli avverbi "gentilmente" (v. 3) e "saggiamente" (v. 7),
La richiesta dell'io lirico alla figura bestiale inizialmente è chiara ed è esclusivamente una: siccome quello non è il luogo appropriato per l'elefante deve imparare a comportarsi, deve attenersi a una disciplina che limiti il suo carattere ingombrante, il suo incessante dondolare.

3. il riposo/l'intimità
Il sonno finale è la naturale conclusione e lo scioglimento degli avvenimenti. E' curioso notare come l'addormentamento riguardi esclusivamente l'io lirico, non l'elefante, ma il "pacificatamente" all'ultimo verso ribalta tanto il movimento dondolante delle prime due strofe quanto il contrasto tra poeta ed elefante. Il letto diviene il luogo della riconciliazione e finalmente la casa viene riconosciuta come lo spazio intimo del riposo. 
E' sotto il letto che il poeta nella terza strofa trova per l'ennesima volta l'elefante, quasi nascosto nell'angolo più recondito della casa, così vicino alla sua alcova. 
Questo scioglimento avviene non a seguito di un cambiamento o una trasformazione dell'elemento beluino, poiché l'elefante elefante rimane, ma passa esclusivamente dall'accettazione del poeta dell'entità estranea, che viene accolta fino al punto di essere invitata nel luogo più intimo della casa: il letto.

La dinamica e i tratti semantici di questa storiella ci conducono qui.
In estrema sintesi:
1. un elemento ingombrante, ingenuo.
2. un Io che lo respinge, ma se lo trova dappertutto, anche nei posti in cui desidererebbe trovare ordine, compostezza, riservatezza.
3. un'accoglienza finale, quasi una stretta nella propria intimità.

Qui finisco. Potrei ora lanciarmi nel proclamare nell'elefante la componente primordiale, istintiva o sessuale dell'essere umana, oppure la creatività e, perché no, l'aggressività o l'amore. Non sarebbe poi ora così complesso avanzare interpretazioni che ipotizzino cosa possa rappresentare anche il letto o la casa, ma qui finisco. Se il mio obiettivo era elaborare un'analisi sull'intreccio dei semi presenti, qui il lavoro è terminato, perché reputo che un testo di questa natura debba pretendere una lettura squisitamente personale, soggettiva, intima. Una composizione surrealista è una scatola magica in cui ognuno trae fuori qualcosa di differente e originale; allo stesso modo è una formula sacra creata dall'autore e rigenerata dal lettore: la poesia non nasce da un'azione singola, ma dalla cooperazione di entrambi.
Non mi è lecito dunque impoverire questi versi con la mia sola immaginazione, ma posso dire che stasera, ma anche domattina e oltre, farò posto nel letto al mio tenero elefante ingombrante.





giovedì 16 aprile 2026

16 aprile 2026 - A Celeste



quando ti bacio la fronte

è sera e ormai ti lasci alle mie braccia

quando ti bacio la fronte 

la camera è immersa nel silenzio tu

scarpe spuntate e dita raggrinzite 

distesa nelle tenebre

quando ti bacio la fronte

tu mi serri l’incavo tra l’indice e il pollice

e premi piccola come se fosse 

un pegno della mia presenza

la tua ricerca irrequieta e io

io ti bacio tre volte la fronte scostandoti 

qualche ciocca di capelli ribelle

e baciandoti la fronte

carezzo il tuo futuro: abbraccio

le tue cadute lavo via

le malattie così ti stringo 

per quando ti sentirai sola ti stringo 

per spegnere lo spavento

e ti lancio per quando amerai

con cuore pieno e le ali libere.

baciandoti la fronte

fisso con te il cielo nella pace estiva

scaldo i tuoi piedi nell’inverno che assidera

soffio via le tue nubi lontane

e così bacio la tua fronte:

carezzo tutti i tuoi giorni e i tuoi trionfi

li sfrondo uno per uno per uno

per uno per quando forse

non mi sarai che una stella lontana e lucente.

sulla tua fronte una piuma senza più peso

ti accompagnerà sempre.






domenica 22 febbraio 2026

Una Giraffa nell'armadio/11: Dora Maar, "Mon bonheur est pareil au silence"

 je vois le paysage inaccessible

la lumière est répandue

sa nuance parait éternelle

et l'heure de mon tableau

marquera pour toujours l'après-midi

mon bonheur est pareil au silence


guardo il paesaggio irraggiungibile

la luce dilaga

la sua sfumatura pare immortale

e l'ora del mio quadro

marchierà per sempre questo pomeriggio

la mia felicità è simile al silenzio


Dora Maar, 8 maggio 1932


Paul Delvaux, "Il ritiro", 1973


mercoledì 31 dicembre 2025

Una Giraffa nell'armadio/10: per chi non finisce e non inizia, ma per chi continua

da Francis Ponge, "Il partito preso delle cose", 1942, trad. Jacqueline Risset


CHIOCCIOLE

Al contrario dei ciocchi, che sono gli ospiti delle ceneri calde, le chiocciole amano la terra umida. Go on, procedono con tutto il corpo incollato ad essa. La portano via, la mangiano, la defecano. La terra le traversa, essa la traversano. Si tratta di una interpenetrazione del miglior gusto perché, per così dire, tono su tono - con un elemento passivo, un elemento attivo - che si sposta e nello stesso tempo si nutre. (C'è altro da dire sulle chiocciole. Prima di tutto la loro umidità. Il sangue freddo. La loro estensibilità).

Da notare del resto che non si può immaginare una chiocciola uscita dalla propria conchiglia e che non si muova. Appena si riposa, rientra subito nel fondo di sé. Il pudore la costringe invece a muoversi non appena mostra le proprie nudità, non appena lascia vedere la propria forma vulnerabile. Non appena si espone, cammina.

[...]

Certo, portare ovunque con sé quella conchiglia è a volte un vero fastidio, ma non si lamentano e, in fin dei conti, sono contente così. E' prezioso, dovunque si sia poter tornare a casa e sfidare gli importuni. Ne valeva proprio la pena.

Sbavano di orgoglio per questa facoltà, per questa comodità. Come è possibile, che io sia un essere così sensibile e così vulnerabile, e allo stesso tempo così ben difeso contro gli assalti degli importuni, così padrone della propria felicità e della propria tranquillità. Da cui quel meraviglioso portamento di testa.

Insieme così incollata al suolo, così commovente e così lenta, così progressiva e così capace di staccarmi dal suolo per rientrare in me, e allora dopo di me il diluvio, una pedata può farmi rotolare ovunque. Sono ben sicura di rimettermi in piedi e di rincollarmi al suolo dove la sorte mi avrà relegata, e di trovarvi il mio cibo: la terra, il più comune degli alimenti.

Che felicità, che gioia perciò essere una chiocciola. Ma quella bava di orgoglio, ne impongono il marchio a tutto ciò che toccano. Una scia argentata le segue. E forse le segnala al becco dei volatili che ne vanno ghiotti. Qui sta il busillis, la questione, essere o non essere (vanitosi), il pericolo.

[...]

Niente é bello come quel modo di procedere, così lento, così sicuro, così discreto; a prezzo di quale sforzo questo scivolare perfetto con il quale onorano la terra! Proprio come una lunga nave, dalla scia argentata. Quel modo di procedere e maestoso, soprattutto se si tiene conto, ancora una volta, della vulnerabilità, di quei globi oculari tanto sensibili.

[...]

Ma probabilmente le chiocciole non avvertono questo bisogno. Sono eroi, cioè a dire essere la cui stessa esistenza è opera d'arte - piuttosto che artisti, cioè a dire fabbricatori di opere d'arte.

Ma qui tocco uno dei punti principali della loro lezione, che non è del resto loro propria ma è posseduta in comune da tutti gli esseri a conchiglia; la conchiglia è parte del loro essere, e insieme opera d'arte, monumento. Dura più a lungo di loro.

Ed ecco l'esempio che esse ci dànno. Sante, fanno della loro vita opera d'arte - opera d'arte del loro perfezionamento. Il loro stesso secernere avviene in tale modo che si mette in forma. Ciò di cui è fatta la loro opera non comporta nulla di esterno a loro, alla loro necessità, al loro bisogno. Nulla di sproporzionato - d'altra parte - al loro essere fisico. Nulla che non sia per loro necessario, obbligatorio.

Così tracciano agli uomini, il loro dovere. I grandi pensieri vengono dal cuore. Perfeziònati moralmente e farai bei versi. Morale e retorica si raggiungono dell'ambizione e nel desiderio del saggio.

Ma sante in che cosa: nell'ubbidire precisamente alla loro natura. Conosci te stesso, quindi, prima di tutto. E accettati quale sei. In accordo con i tuoi vizi. In proporzione con la misura di te.


Victor Brauner, "Sdoppiamento vegetale", 1955