alèxandros
sabato 26 settembre 2026
il mondo non respira che chiudendo gli occhi
venerdì 4 settembre 2026
Una Giraffa nell'armadio/14: Georges Schéhadé e il Surrealismo in Libano
je m’endormirai volontiers jeune femme
n’éblouissez pas l’oiseau qui me regarde
les couleurs naissent dans les sommeils
cette semaine les fleurs sont irrespirables
et c’est un effort vers ta bouche que je perds.
maintenant que je suis à l’état limpide de pierre
hors des saisons comme une essence
la bouche mal gardée comme la grille de la route
la nuit jette nos lampes dans les arbres.
mi addormenterò dolcemente donna mia
non abbagliate l'uccello che mi scruta
è quando si sogna che nascono i colori
questa settimana i fiori restano irrespirabili
e sento un grande sforzo verso la tua bocca ma viene meno
ora che sono allo stato limpido della pietra
fuori da ogni stagione come un'essenza
le labbra mal custodite come un cancello sulla strada
la notte getta le nostri luci nella foresta
mi addormenterò dolcemente
Georges Schéhadé (1905-1989)
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| P. Klee, "Fuoco a luna piena", 1933, Museum Folkwang di Essen |
la fine dell'estate
non ho poi molte cose da dire.
molte infatti si insegnano o si raccontano, ma alcune si provano solamente.
tutto coperto sotto la stessa sabbia rossa della stagione secca.
tutti all'aria aperta, sotto un immenso cielo blu, come un'immensa comunità.
qui sentire il pulsare potente della vita, sotto un mango o un'acacia.
qui vicino all'albero dai fiori di fuoco ritrovare alcuni colori noti, e scoprirne altri nuovi, mano nella mano.
un grande grazie ai miei compagni di avventura e a quanti hanno contribuito ai nostri piccoli progetti, ai nostri grandi sogni.
spero di rivederci presto!
"si chiedeva come fosse possibile che la gente non danzasse per strada, non danzasse a quel ritmo monotono, assordante e pericoloso, che aveva in testa: era una musica meravigliosa".
Leonora Carrington, "L'attesa"
p.s. tranquille, Laura e Celeste, che fra poche ore sono a casa: ho solo fatto un salto per salutare degli amici...
mercoledì 8 luglio 2026
Una Giraffa nell'armadio/13: tutte le mie anime: inediti da "Pesce solubile"
"Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro"
Quando viaggio, il mio posto preferito è quello a lato del finestrino. Scomodo per le gambe, fastidioso quando si esce tra le sedute sempre più strette, ma offre vantaggi invidiabili, che si possono riassumere in un punto: il panorama oltre il finestrino. È piacevole vedersi srotolare davanti paesaggi, città, muri e gallerie, filari di alberi o colline o montagne, squarci di persone di passaggio, il muoversi dei cieli. È piacevole ammirare da quel posto del treno o del bus tante strade, tanti volti, parrebbe tutto il mondo. È ancora più piacevole talvolta accoccolarsi, sopraffatti dal viaggio, dalle ginocchia tumefatte e dal sonno, e trasformarsi in puro occhio, sorprendersi a scrutare, quasi con mistica contemplazione, scrutare in movimento, scrutare e nient’altro, senza giudizio, senza pensiero. Osservare da quel luogo chiuso diventa un osservare al quadrato, grazie alla possibilità superlativa di incontri, una declinazione differente del vivere.
Questa modalità di ricezione ricorda la lettura di testi che lasciano lo stesso sapore, un aroma di occasioni rapide, se non furtive. Non sono nemmeno incontri, a cui ci si prepara con qualche prevenzione, ma sono scontri inaspettati con le parole, schianti potenti e veloci, ma che aprono a lampi di pensiero, paesaggi che lasciano a bocca aperta, muri e gallerie di cui si percepisce l’intensità solo visceralmente, irrazionalmente, alberi, colline o montagne che permangono profondi in noi.
"Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi"
Pesce solubile di André Breton è uno di questi libri perché, nella semplicità di queste historiettes, rappresenta un exemplum, un modello paradigmatico della prosa surrealista, quello della scrittura automatica, una stesura rapida, impulsiva, avulsa dalla coscienza: il dettato dell’inconscio. Il carattere principale di questa composizione è l’illeggibilità, ovvero la mancanza di coerenza tematica, narrativa e persino stilistica. Il processo di lettura è ulteriormente complicato dalla scomparsa o dalla cancellazione dei nessi logici e dalla perdita di ogni punto di riferimento, dal disorientamento del lettore in un orizzonte non più familiare, non più convenzionale, non più suo. Così la scrittura automatica si spoglia volutamente di qualsiasi possibilità di interpretazione, mentre l’unica costante che perdura e può guidarci rimane dunque la catena di immagini e di metafore che ne costituiscono l’ossatura narrativa: un rosone di miraggi e visioni, come in viaggio su un treno o un bus.
Ora, dei 114 testi che André Breton annotò dalla metà di marzo fino al 9 maggio 1924 su sette quadernetti scolastici solo 32 furono pubblicati in Pesce solubile, eppure, grazie i manoscritti conservati e condivisi on line dalla Bibliothèque nationale de France (BnF), abbiamo la possibilità di leggere anche quelli esclusi. È questa la possibilità di trovare altre scintille, altri paesaggi, altri schianti poetici sepolti dalla storia editoriale dell’opera. I testi 21 e 27 del primo quadernetto bretoniano mantengono infatti la bellezza di quelli presenti nella raccolta e, ad oggi, non possiamo ricostruire chiaramente le motivazioni della loro esclusione, se non quella di una scelta personale dell’autore.
"Le mie lacrime sono lacci trasparenti che mi uniscono alla preghiera, alla dolce quercia della preghiera"
Il mio personale invito alla lettura è quello di gustare i colori autentici e che emergono dagli accostamenti, anche quelle più assurdi, per esercitare quell’abilità la cui sopravvivenza oggi è sempre più a rischio, la pura immaginazione, che, citando Breton, “non è dono ma oggetto di conquista per eccellenza”. In un mondo massificato di automazione automobili automatismi autorealizzazione autoreferenzialismi in cui l’unica scelta è il consumo, la società ha il dovere ontologico di coltivare, allenare, potenziare la libertà della fantasia individuale, unico sentiero per poter pronunciare la parola “amore”.
Iniziamo allora questo viaggio, ma sempre dal posto del finestrino, perché “le parole, le immagini, non si offrono che come un trampolino allo spirito di colui che le ascolta” (A. Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924).
André Breton, PS I, 21
Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro. Avevano preso freddo nel giardino dei teschi e ora trovavano l’occasione opportuna d’abbagliare di brividi le culle dei loro lentischi. Le mie anime si erano ricongiunte e ora come un banco di pesci dorati e freddi mascheravano un’ora della notte. Le mie anime, capelli corti, si rammentavano della terra morta, la terra che da secoli gli uomini accompagnano verso il suo ultimo sonno, a testa nuda, dietro alle corone del sole. Un canto triste e pesante come canti di burrasca conduceva le chiese perdute nella campagna, le furbe chiese del Sahara. Poi, sotto gli sputi della rugiada, le mie anime continuavano il loro cammino come delle frecce bianche nell’ora in cui luccica il corno delle vacche marine. E la preda della mia testa passava tra le verità intrecciate di piume, ad occhi chiusi, passava fluida di suoni formati al margine delle fronti sul bordo superiore del petalo. Qui le mie anime riprendevano coscienza, come dei pozzi di solitudine aperti sul ritrovamento dei clan. In questa foresta gassosa erano assegnati dei germi alimentari a fiori mendicanti che i sospiri sfogliavano via via e allertavano non appena si forzava la serratura del cielo. Alcuni cappelli da donna, armati di violette e di minuscole rotelle, ritagliavano sulle grandi rocce a forma di violoncello il principio della moda, sciagura dell’anima al centro, che si lamentava per il nuovo gusto. Le mie altre anime la consolavano alla meno peggio con dei granai pieni di farina nera che salivano al bordo di un lago e con delle ghiandole mostruose che le violazioni sottomettevano al mio passo. Queste chiromanti che leggevano il destino mi avevano molto stremato prima dell’inganno e la mia morte le allontanava benché le loro mani fossero scure e raggrinzite. Le nostre dita s’intrecciavano nella morte alla maniera di libellule che al calare della notte circondano i grandi parchi, soffocando gladioli e follie. Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi. Ma le mie anime non credevano ormai più ad altro che alla vanità, alla vanità della carne, alla vanità dell’assassinio. E sul pavimento-estate andavamo come questo carrozzone di vetro va alla riscoperta dello stile, cantando di tutte le donne scapigliate, di tutte queste anime in festa, che l’onda accarezzava attraverso le piccole piastrelle di vetro morbido, tramite il colpo delle piccole graminacee e le palline di sambuco a tre franchi all’ora, mentre alla luce che si riportava l’ombra sul viso e coperte di lucertole, di viburno e di smorfie per compiacere la regina che si masturba sul prato di spaventapasseri freddi e di croci.
21 marzo 1924
André Breton, PS I, 27
24 marzo 1924
giovedì 7 maggio 2026
Una Giraffa nell'armadio/12: A. Chavée, "Star buoni"
gli ho detto molto gentilmente
"qui non sei in un negozio
di cristalli
sei a casa di un poeta
impara a comportarti"
e saggiamente scomparve con delicatezza.
un elefante - bianco questa volta
cosa rara! -
si dondolava nel corridoio
e gli dico
"non sei a casa di un energumeno"
ed ecco che lui mi risponde
"scusi, signor poeta, scusi".
avrei potuto credere
di averla finita con gli elefanti
e vado nella mia camera da letto
d'abitudine
guardo sotto il mio letto
(sapete bene quel che vuol dire)
ci trovo ancora un elefante.
non ho creduto a uno scherzo
gli ho detto
"vieni con me a letto amico mio
vieni a dormire con me
ad ogni giorno basta la sua pena
ti concedo il beneficio del diritto d'asilo"
e mi sono addormentato
pacificatamente.













