mercoledì 20 novembre 2019

"come di neve in alpe sanza vento" (Dante, Inf. XIV, 30)

C. Monet, Effet de neige à Givergny, 1893

più passano gli inverni
e più siamo abbandonati
dalle nostre paure dalle nostre prigioni
torniamo leggeri
come la neve
e come il nostro passo 
un funambolo appassionato
sul sentiero smarrito

lunedì 4 novembre 2019

e riconobbi la mia ombra superarmi d'ombra

Mausoleo di Galla Placidia, dettaglio dei mosaici, Ravenna

aspettavo che i noci strepitassero.
ed entrai nel bosco.

gli antichi marinai si orientavano con le stelle ripeteva l'insegnante delle elementari mentre fissavamo le righe dei nostri quaderni sporchi di inchiostro. per queste macchie ho cominciato a detestare dentro quell'orientamento mancino.
così in principio era bello stendere i panni al vento lasciando che le sue lusinghe li sventolasse in cinquanta bandiere di cento nazioni dei nostri mille pianeti, poiché avevamo la presunzione di intuire che quella fosse la rotta. io poi non faccio testo perché darei la vita intera per riavere eternamente la mia infanzia. seguimmo dunque il sentiero e arrivammo, anzi no, allora continuammo e arrivammo, però non ancora, riprendemmo e arrivammo, ma non proprio alla meta. ancora un poco, sempre ancora quel poco che permette una sosta distratta, una breve ricreazione, ma senza poter parlar di pace e, fermandosi, di esclamare "ah, casa!".
l'interiezione, si dice, è una parte invariabile del discorso che non ha un significato in sé stessa ma esprime il sentimento, uno stato d'animo,"ah, casa!". e ci ritroviamo anziani, così ci chiamano i ragazzi, a dimenticare il giorno festoso del nostro fastoso matrimonio, ma ad amare quel bacio timido e nascosto che fu il nostro primo amore. "ah, ti amo!". l'errore sentimentale dell'esistere: tutto un romanzo racchiuso nell'interiezione.
una gialla camicia a fiori, una betulla davanti alla finestra, davanti al dolce davanzale di calcinaccio, finché un mattino mio zio mi dice "è arrivato il tempo che la tagliamo". così la betulla fu sfrondata, recisa, tranciata e per me, io che mica pensavo c'entrassi con quest'affare, fu inconcepibile vedere il prato lontano dal colore indistinguibile d'infinito. ora è tanto più inconcepibile che la segatura della betulla riaffiori ancora talvolta tra gli steli del prato. riaffiora tra i tanti fiori.
quando a volta capita di passeggiare nelle catacombe, passeggiando nell'oscurità, queste puzzano sempre un po' di pesce, poiché la legge è sempre stata solo una: i padri divorano i figli o i figli decapitano i padri, forse per seppellire il ventre di Crono o per placare le furie d'Oreste. 
ancora oggi, ora che le mie strade sono più lente e larghe, di notte sogno spesso, per compensare le giornate piane, e capita di incrociare per delle soleggiate spiagge sicule la maestra Lucia, nata sotto le ceneri dell'Etna, che mi consola ripetendo ancora una folle cantilena di tabelline, la santa della luce. quando ginnasiale ho accompagnato il mio professore per le strade deserte del medioevo non riconoscendomi mi ha chiesto chi fossi, prima di perdere ogni memoria, scivolandomi tra le dita sudate. i sogni sono al tempo stesso veri e oscuri, poiché nella loro umana oscurità risiede il vero, dunque non bisogna più scrivere segreti.
arrivai a otto anni pensando che il ciclista più forte dovesse essere sempre davanti e correre sempre più veloce, in ogni corsa, ad ogni tappa, sempre più forte e più veloce come una dittatura scientifica. non fu facile per mio padre, mentre sfilava per la provinciale il carosello delle maglie a tinte vivace, frenare il mio impeto inopportuno. analogamente conobbi tanti signori che preferivano soap opera e ne fui profondamente deluso: anche il cosiddetto benessere ha un peso insopportabile. così fu poi compito dei giorni mostrarmi gli eroi folli, gli eroi maledetti, gli eroi vinti nella polvere. Ettore, Villeneuve, Andrea Fortunato, Socrate, Adriano, ma mica l'imperatore, Lautréamont. è il segreto d'erba, che i ciechi riconoscono facilmente: piegarsi, senza muoversi, e poi rialzarsi al cielo. 
il fieno ingiallisce in un giorno estivo. una gialla camicia a fiori. io darei la vita intera per riavere eternamente la mia infanzia, che conteneva tutto, come un'interiezione, e il profumo di quella betulla. "c'è ancora guerra" dice il contabile, "che freddo stamattina" ripete quotidianamente il pendolare, ma perché di loro nessuno sa correre, correre in testa, senza spazio per le paure. c'è sempre guerra, qui e altrove, poiché dappertutto è primavera.

poche ore dopo, uscendo finalmente dal bosco, lontano come un sogno, lo strepito di noci, come un saluto attutito dall'intimità. riconobbi l'ombra che superava la mia ombra e riconobbi la mia ombra superarmi d'ombra.

Mausoleo di Galla Placidia, dettaglio dei mosaici, Ravenna

mercoledì 16 ottobre 2019

Nshuti Mababazi, Sikuta Tutambule


Nshuti Mababazi, Sikuta Tutambule, di Bobi Wine, in lingua luganda

"il mio cuore è spezzato / ma so che anche il tuo cuore è spezzato / ovunque sembra che le persone siano depresse / ciò che si aspettano è diverso da quello che vedono / e gli altri si stancano di loro / sono infastiditi che non si segnali nulla / e dove vorresti aver riferito / è anche difficile ottenere giustizia da lì / ti dico di non fermarti / quando cadi alzati subito e cammina / non c'è niente di facile al mondo / il viaggio è lungo / alziamoci e proseguiamo.
Alzati e andiamo avanti / la situazione è demoralizzante / ma non mollare, andiamo avanti / il viaggio è lungo / ma se persistiamo raggiungiamo la nostra destinazione / alziamoci e andiamo avanti / la situazione è demoralizzante / ma non mollare, andiamo avanti / non mollare, andiamo avanti / piangiamo mentre vai avanti"




domenica 13 ottobre 2019

Lautréamont, I Canti di Maldoror, II, 6


Un brano forse progettato a generare la reazione del lettore, a scuoterlo, per tornare a fargli sentire quel bambino indifeso, serrato in lui, e quell'immensa tensione al bene, sopita in lui. Così sin da ragazzino ho amato l'ingegno, la fantasia barocca, l'eleganza mai prevedibile del Comte de Lautréamont, Isidore Ducasse. Al giardino delle Tuileries.

Com'è carino quel bambino che se ne sta seduto su una panchina del giardino delle Tuileries! I suoi occhi arditi lanciano frecce a qualche oggetto invisibile, in lontananza, nello spazio. Non deve avere più di otto anni, eppure non si diverte come converrebbe. Dovrebbe almeno ridere e passeggiare con qualche compagno, invece di restare solo; ma non è nel suo carattere.

Com'è carino quel bambino che se ne sta seduto su una panchina del giardino delle Tuileries! Un uomo, mosso da un disegno segreto, si siede accanto a lui, sulla stessa panchina, con fare equivoco. Chi è? Non ho bisogno di dirvelo; lo riconoscerete dalla sua conversazione tortuosa. Ascoltiamoli, non disturbiamoli:
- A che pensavi, bambino?
- Pensavo al cielo.
- Non serve che tu pensi al cielo; è già abbastanza pensare alla terra. Sei dunque stanco di vivere, tu che sei appena nato?
- No, ma chiunque preferisce il cielo alla terra.
- Ebbene, non io. Poiché il cielo è stato fatto da Dio, come la terra, stai pur certo che vi incontrerai gli stessi mali di quaggiù. Dopo la morte non sarai ricompensato secondo i tuoi meriti; infatti, se su questa terra ti infliggono ingiustizie (come più tardi proverai, per esperienza), non c'è ragione perché nell'altra vita non te ne vengano inflitte ancora. Ciò che puoi fare di meglio è non pensare a Dio, e farti giustizia da te, dal momento che ti viene rifiutata. Se uno dei tuoi compagni ti offendesse, non saresti forse felice di ucciderlo?
- Ma è proibito!
- Non quanto credi. Si tratta soltanto di non farsi prendere. La giustizia stabilita dalle leggi non vale niente; conta soltanto la giurisprudenza dell'offeso. Se tu detestassi uno dei tuoi compagni, non ti renderebbe infelice l'idea di avere ad ogni istante il pensiero di lui davanti agli occhi?
- È vero.
- Ecco dunque un compagno che ti renderebbe infelice per tutta la vita; infatti, vedendo che il tuo odio è soltanto passivo, non la smetterebbe mai di provocarti e di farti impunemente del male. C'è dunque un solo mezzo per far cessare questa situazione; sbarazzarsi del proprio nemico. Ecco dove volevo arrivare, per farti capire su quali basi è fondata la società attuale. Ognuno deve farsi giustizia da sé, altrimenti è soltanto un imbecille. Colui che riporta la vittoria sui propri simili è il più astuto e il più forte. Non vorresti, un giorno, dominare i tuoi simili?
- Sì, sì.
- Allora devi essere il più forte e il più astuto. Sei ancora troppo giovane per essere il più forte; ma fin da oggi puoi usare l'astuzia, lo strumento più bello degli uomini di genio. Quando il pastore Davide colpì in fronte il gigante Golia con una pietra lanciata con la fionda, non è forse ammirevole notare che soltanto grazie all'astuzia Davide ha vinto il suo avversario, e che se, al contrario, si fossero affrontati in un corpo a corpo, il gigante l'avrebbe schiacciato come una mosca? Lo stesso vale per te. In una guerra aperta, mai potrai vincere gli uomini su cui sei ansioso di imporre la tua volontà; ma con l'astuzia potrai lottare da solo contro tutti. Desideri le ricchezze, i bei palazzi e la gloria? o mi hai ingannato quando mi hai dichiarato queste nobili pretese?
- No, no, non v'ingannavo. Ma è con altri mezzi che vorrei ottenere ciò che desidero.
- Allora non otterrai proprio niente. I mezzi, virtuosi e bonari non portano a nulla. Occorre impegnare leve più energiche e intrighi più sapienti. Prima che tu diventi celebre con la tua virtù e raggiunga il tuo scopo, altri cento avranno tutto il tempo di farti capriole sulla schiena e di terminare la carriera prima di te, e così non vi sarà più posto per le tue idee anguste. Occorre saper abbracciare con maggiore apertura l'orizzonte del tempo presente. Per esempio, hai mai sentito parlare della gloria immensa che procurano le vittorie? Eppure le vittorie non si compiono da sole. Occorre versare sangue, molto sangue, per generarle e deporle ai piedi dei conquistatori. Senza i cadaveri e le membra sparse che tu scorgi nella pianura dove saggiamente si è prodotta la carneficina, non ci sarebbero guerre, e senza guerre non vi sarebbero vittorie. Come vedi, quando si vuole diventare celebri, è necessario immergersi con grazia in fiumi di sangue alimentati dalla carne da cannone. Il fine giustifica i mezzi. La prima cosa, per diventare celebri, è avere denaro. Ora, poiché tu non ne hai, occorrerà assassinare per procurarsene; ma poiché non sei sufficientemente forte per maneggiare il pugnale, fatti ladro, nell'attesa che le tue membra si siano irrobustite. E affinché si irrobustiscano più in fretta, ti consiglio di fare ginnastica due volte al giorno, un'ora al mattino e un'ora la sera. In questo modo potrai tentare il delitto, con un certo successo, a partire dall'età di quindici anni, invece di aspettare fino a venti. L'amore della gloria giustifica tutto, e forse, più tardi, padrone dei tuoi simili, farai loro del bene quasi pari al male che avrai fatto loro all'inizio!
Maldoror si accorge che il sangue ribolle nella testa del suo giovane interlocutore; le sue narici sono dilatate, e le labbra emettono una leggera schiuma bianca. Gli tasta il polso; le pulsazioni sono velocissime. La febbre si è impadronita di quel corpo delicato. Teme le conseguenze delle proprie parole; si defila, lo sciagurato, contrariato per non essersi potuto intrattenere più a lungo con quel bambino. Se in età matura è tanto difficile dominare le passioni, in bilico tra il bene e il male, che cosa può mai accadere in una mente ancora piena d'inesperienza? e quanta energia relativa può occorrergli in più? Il bambino se la caverà con tre giorni di letto. Voglia il cielo che il contatto materno porti la pace in quel fiore sensibile, fragile involucro di un'anima bella!




venerdì 27 settembre 2019

Robert Desnos, "La libertà o l'amore!", stralcio

alla finestra di una casa sbatte una tenda dietro la quale due amanti si avvinghiano, su un letto banale, con braccia da annegati. due uomini si sono seduti sull'erba e bevono al collo una bottiglia di un vino rosso e generoso. tre mucche in un prato. il gallo della chiesa. un aereo. i papaveri.
ogni enigma ha venti soluzioni. le parole dicono indifferentemente il pro e il contro. non è lì che si può intravedere l'assoluto.
"così come nel 1789 fu rovesciata la monarchia assoluta, nel 1925 occorre abbattere la divinità assoluta. esiste qualcosa di più forte di Dio".
Giovanna d'Arcobaleno, sorella di Matilde, in marcia da anni, arriva davanti alla sfinge dei ghiacci con, sotto braccio, "Viaggio al centro della Terra".
la sfinge le chiede di risolvere l'enigma.
"cos'è che sale più in alto del sole e scende più in basso del fuoco, che è più liquido del vento e più duro del granito?".
senza riflettere, Giovanna d'Arcobaleno risponde:
- una bottiglia.
- e perché? domanda la sfinge.
- perché così voglio.
- va bene, puoi passare, Edipo idea di poi.
Giovanna d'Arcobaleno passa. un cacciatore di pelli le si fa vicino, carico di pelli di lontra. le domanda se conosce Matilde, ma lei non la conosce. il cacciatore le dà un piccione viaggiatore ed entrambi si avviano per cammini contraddittori.
perché l'amore rimase sempre un privilegio di pochi, disposti a correre ogni di tipo di avventura e a rischiare il poco di vita concessa ai comuni mortali nella speranza di incontrare alla fine l'avversario con cui poter camminare fianco a fianco, sempre sulla difensiva e, malgrado ciò, in totale abbandono.
silenzio! ella verrà con la sua sottoveste di sete, con il suo corpetto ciliegia, gli stivali fulvi e il trucco arancione, verrà così come io l'amo e partiremo liberamente all'avventura!
che sia benedetta questa prigione! come sarà lussuosa la catena che ci unirà! come sarà libera, questa prigione!

Alighiero Boetti, Niente da vedere, niente da nascondere, 1988

domenica 15 settembre 2019

bray



laggiù
uomini o sassi?
uomini:
si muovono

alla sera dei gabbiani
si posano
sull'acqua
il cielo chiude gli occhi
per un istante
ancora per un istante

i ciottoli cozzano
risa senza parole
la marea
muove le sue braccia
affaccendate

di tanto in tanto poi
quelle ombre
stese s'arrestano
un minuto lontano e quel minuto
si soffocano nelle grida

tutto tace

G. Braque, Port Miou, 1907, Milano, Museo del '900


venerdì 12 luglio 2019

Tristan Tzara, L'Uomo Approssimativo


Oggi è uscito, inaspettato come un frutto e dopo molto lavoro come del buon vino, questo volume singolare, “L’Uomo Approssimativo” di Tristan Tzara, che ho avuto l’onore di attendere, di curare e tradurre. Incantevole come un fiore.
Ringrazio l’editore Massari per i rischi della proposta e Roberta De Francesco per il supporto, ma voglio dedicare questa fatica alla terra del Congo, sacra e sofferente, perché lì, grazie all’aiuto dei miei fratelli, lungo ore, notti, parole e silenzi, ho appreso e sviscerato il mistero di questi versi il cui suono sembrava assolutamente straniero.
Non è mera pubblicità, questa, non ho alcun profitto, ma è l’emozione di vedere per la prima volta in lingua italiana dopo quasi 80 anni uno dei testi più importanti del Surrealismo ortodosso e uno degli apici della Poesia del ‘900. Intimamente, per me, ancora molto di più.

“le strade pesanti perdevano le loro ali
e l’uomo cresceva sotto l’ala del silenzio
uomo approssimativo come me come te e come gli altri silenzi”

A presto, con altre novità!
Per chi fosse interessato, potete trovare il link nei commenti.

Je veux dédier ce livre et cet effort au pays du Congo, sacré et souffrant, car grâce à l'aide de mes frères j'ai appris et approfondi le mystère de ces vers dont le son semblait absolument étranger. Matondo, Bandeko, boye nalingi kobonza buku oyo na bino nzambi bino bolakisaki na ngai likundu o kati maloba oyo.

“les routes sourdes perdaient leurs ailes
et l’homme grandissait sous l’aile de silence
homme approximatif comme moi comme toi et comme les autres silences”


sabato 22 giugno 2019

la notte di Mamette


anche se essere definito "professore", pure con P maiuscola, mi fa sorridere a fiotti, ecco un incontro semplice, dai toni nuovi, ma di cuore, per un luogo che ci sta a cuore.

giovedì 13 giugno 2019

iside

e nessuno ti ascoltava
in attesa della sera
gracidava la rana tu raccoglievi
i capelli in un fiore
il silenzio delle acacie in lontananza
noi nudi nella nostra notte
"dammi del vino" dicevi ora
respira ancora il castano che accarezzavi
sfuggito agli inverni degli spiriti
tu m'ascoltavi? io
t'amavo e annegavo
noi nudi nella notte
curarsi del sacro curarsi
dell'umano le spiagge
le spiagge d'alabastro m'abbracciano
tra noi ancora un mare che nessuno
potrà solcare e un solo
interminabile naufragio
dove nessuno t'avrebbe udita
anima mia nuda
ascoltavi la solitudine di d-o




giovedì 30 maggio 2019

"Les cages sont toujours imaginaires" Max Ernst

l'arte è l'uomo che sogna se stesso e che, sognandosi, si crea, con un volto divino. 
è per questo che i sogni sono al tempo stesso veri e oscuri, poiché nella loro umana oscurità risiede il vero più sublime. 
è per questo che arte e sogno si pongono a fondamento del reale e il reale ne diviene solo pallida allegoria.

M. Ernst, "Les cages sont toujours imaginaires", Zurich Kunsthaus, 1925