"Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro"
Quando viaggio, il mio posto preferito è quello a lato del finestrino. Scomodo per le gambe, fastidioso quando si esce tra le sedute sempre più strette, ma offre vantaggi invidiabili, che si possono riassumere in un punto: il panorama oltre il finestrino. È piacevole vedersi srotolare davanti paesaggi, città, muri e gallerie, filari di alberi o colline o montagne, squarci di persone di passaggio, il muoversi dei cieli. È piacevole ammirare da quel posto del treno o del bus tante strade, tanti volti, parrebbe tutto il mondo. È ancora più piacevole talvolta accoccolarsi, sopraffatti dal viaggio, dalle ginocchia tumefatte e dal sonno, e trasformarsi in puro occhio, sorprendersi a scrutare, quasi con mistica contemplazione, scrutare in movimento, scrutare e nient’altro, senza giudizio, senza pensiero. Osservare da quel luogo chiuso diventa un osservare al quadrato, grazie alla possibilità superlativa di incontri, una declinazione differente del vivere.
Questa modalità di ricezione ricorda la lettura di testi che lasciano lo stesso sapore, un aroma di occasioni rapide, se non furtive. Non sono nemmeno incontri, a cui ci si prepara con qualche prevenzione, ma sono scontri inaspettati con le parole, schianti potenti e veloci, ma che aprono a lampi di pensiero, paesaggi che lasciano a bocca aperta, muri e gallerie di cui si percepisce l’intensità solo visceralmente, irrazionalmente, alberi, colline o montagne che permangono profondi in noi.
"Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi"
Pesce solubile di André Breton è uno di questi libri perché, nella semplicità di queste historiettes, rappresenta un exemplum, un modello paradigmatico della prosa surrealista, quello della scrittura automatica, una stesura rapida, impulsiva, avulsa dalla coscienza: il dettato dell’inconscio. Il carattere principale di questa composizione è l’illeggibilità, ovvero la mancanza di coerenza tematica, narrativa e persino stilistica. Il processo di lettura è ulteriormente complicato dalla scomparsa o dalla cancellazione dei nessi logici e dalla perdita di ogni punto di riferimento, dal disorientamento del lettore in un orizzonte non più familiare, non più convenzionale, non più suo. Così la scrittura automatica si spoglia volutamente di qualsiasi possibilità di interpretazione, mentre l’unica costante che perdura e può guidarci rimane dunque la catena di immagini e di metafore che ne costituiscono l’ossatura narrativa: un rosone di miraggi e visioni, come in viaggio su un treno o un bus.
Ora, dei 114 testi che André Breton annotò dalla metà di marzo fino al 9 maggio 1924 su sette quadernetti scolastici solo 32 furono pubblicati in Pesce solubile, eppure, grazie i manoscritti conservati e condivisi on line dalla Bibliothèque nationale de France (BnF), abbiamo la possibilità di leggere anche quelli esclusi. È questa la possibilità di trovare altre scintille, altri paesaggi, altri schianti poetici sepolti dalla storia editoriale dell’opera. I testi 21 e 27 del primo quadernetto bretoniano mantengono infatti la bellezza di quelli presenti nella raccolta e, ad oggi, non possiamo ricostruire chiaramente le motivazioni della loro esclusione, se non quella di una scelta personale dell’autore.
"Le mie lacrime sono lacci trasparenti che mi uniscono alla preghiera, alla dolce quercia della preghiera"
Il mio personale invito alla lettura è quello di gustare i colori autentici e che emergono dagli accostamenti, anche quelle più assurdi, per esercitare quell’abilità la cui sopravvivenza oggi è sempre più a rischio, la pura immaginazione, che, citando Breton, “non è dono ma oggetto di conquista per eccellenza”. In un mondo massificato di automazione automobili automatismi autorealizzazione autoreferenzialismi in cui l’unica scelta è il consumo, la società ha il dovere ontologico di coltivare, allenare, potenziare la libertà della fantasia individuale, unico sentiero per poter pronunciare la parola “amore”.
Iniziamo allora questo viaggio, ma sempre dal posto del finestrino, perché “le parole, le immagini, non si offrono che come un trampolino allo spirito di colui che le ascolta” (A. Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924).
André Breton, PS I, 21
Le mie anime si giravano una dopo l’altra verso il portone di ferro. Avevano preso freddo nel giardino dei teschi e ora trovavano l’occasione opportuna d’abbagliare di brividi le culle dei loro lentischi. Le mie anime si erano ricongiunte e ora come un banco di pesci dorati e freddi mascheravano un’ora della notte. Le mie anime, capelli corti, si rammentavano della terra morta, la terra che da secoli gli uomini accompagnano verso il suo ultimo sonno, a testa nuda, dietro alle corone del sole. Un canto triste e pesante come canti di burrasca conduceva le chiese perdute nella campagna, le furbe chiese del Sahara. Poi, sotto gli sputi della rugiada, le mie anime continuavano il loro cammino come delle frecce bianche nell’ora in cui luccica il corno delle vacche marine. E la preda della mia testa passava tra le verità intrecciate di piume, ad occhi chiusi, passava fluida di suoni formati al margine delle fronti sul bordo superiore del petalo. Qui le mie anime riprendevano coscienza, come dei pozzi di solitudine aperti sul ritrovamento dei clan. In questa foresta gassosa erano assegnati dei germi alimentari a fiori mendicanti che i sospiri sfogliavano via via e allertavano non appena si forzava la serratura del cielo. Alcuni cappelli da donna, armati di violette e di minuscole rotelle, ritagliavano sulle grandi rocce a forma di violoncello il principio della moda, sciagura dell’anima al centro, che si lamentava per il nuovo gusto. Le mie altre anime la consolavano alla meno peggio con dei granai pieni di farina nera che salivano al bordo di un lago e con delle ghiandole mostruose che le violazioni sottomettevano al mio passo. Queste chiromanti che leggevano il destino mi avevano molto stremato prima dell’inganno e la mia morte le allontanava benché le loro mani fossero scure e raggrinzite. Le nostre dita s’intrecciavano nella morte alla maniera di libellule che al calare della notte circondano i grandi parchi, soffocando gladioli e follie. Noi tuttavia nelle stanze nere c’eravamo amati senza dir nulla, qui dove il cane della tenerezza lecca le carte dei fiori bianchi. Ma le mie anime non credevano ormai più ad altro che alla vanità, alla vanità della carne, alla vanità dell’assassinio. E sul pavimento-estate andavamo come questo carrozzone di vetro va alla riscoperta dello stile, cantando di tutte le donne scapigliate, di tutte queste anime in festa, che l’onda accarezzava attraverso le piccole piastrelle di vetro morbido, tramite il colpo delle piccole graminacee e le palline di sambuco a tre franchi all’ora, mentre alla luce che si riportava l’ombra sul viso e coperte di lucertole, di viburno e di smorfie per compiacere la regina che si masturba sul prato di spaventapasseri freddi e di croci.
21 marzo 1924
André Breton, PS I, 27
24 marzo 1924




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