giovedì 28 giugno 2018

Tristan Tzara, L'Uomo Approssimativo, V

cosa è più bello di due occhi fissi e attenti nell'immagine di due altri occhi? uno specchio di identità, tanto differenti e tanto simili. noi alla scoperta dell'altro e un finale emozionato, "di pagina in pagina", perché conoscere gli occhi dell'altro, scoprirne la sua storia è sfogliare un libro che trova termine, né leggi. 
perché in fondo l'uomo è una realtà in perpetua approssimazione.




V

dai tuoi occhi ai miei il sole si sfoglia
sulla soglia del sogno sotto ogni foglia c’è un impiccato
dai tuoi sogni ai miei la parola è breve
lungo le tue primavere piegate l’albero piange la sua resina
e nel palmo della foglia leggo le linee della tua vita

*

l’etichetta della pianta che è una bottiglia di cielo
e anche sul tuo cuore le etichette sorvegliano i loro segreti
con l’annunzio silenzioso resto appiattito e appiccicato alla farmacia
della terra appiattito la trionfale malattia delle nuvole
sfonda l’orizzonte e crolla il castello di carte meteorologiche
ma per quale vantaggio tromba delle stagioni
giornale sventolato alla terrazza del firmamento
per dove lo si filtra con disprezzo l’equivoco spezza delle versioni astrali

*

sonno grasso d’alberi spossati
sorde torture gli sbattere di carni nella loro scorza ammaccata
dai crepuscoli furtivi le valanghe d’angeliche nudità
martellano i giorni dal passo pesante dei tuoi amori
lasci nel nido di sogno il chicco alato il tuo gigante uccello
sonno grasso d’alberi spossati
ordite corone di vette intrecciate con i nudi
lago mozzato di netto sull’umida fronte della terra
lontano lontano inseparabile dalla morte ed inesauribile
nel grembo del sonno che chiude su di te le dita di dimessi assilli
si scavano sul foglio del passato i torrenti della vita geografica
sonno grasso d’alberi spossati
con un occhio uno solo rivolto all’interiore
valvola delle danaidi non riempirà mai la sacca il barlume
e sul tuo smalto lunare dio di sogno io raschierò il cammino delle carovane
di cui i lunghi fischi assicurano la partenza di bruma
una fontana nel petto e l’inesauribile sapore nell’interiore
verso le magiche insolenze delle parole che non nascondono alcun senso
cavalcando le torture prese nel loro corsetto di vallate da salti e singhiozzi
quando apro il cassetto della tua voce fresca senza nome
nastri merletti delle età braccialetto dei denti
lo metto attorno al mio polso quando sfondo la porta del sogno
per uscire alla soglia del giorno lacerato da battiti di cuore e di tamburo

*

a malapena svegliate le mie membra sincere sulla lapide piantate
fioriscono il sepolcro aperto di pasque e di drappi solari
nel cielo ho raccolto tutto il cielo superfluo
per gli ingressi del villaggio radunato con le bestie
cielo bollito dove fluttuano le pergamene e gli scheletri
e che porta a ritrovo i tronchi d'alberi alla segheria
ho abbandonato la vera vita traboccante dell’aspetto di gentiluomo in sogno travestito
i pesci delle nuvole che risalgono la corrente delle vene stipate
di liquori strappati alle fiamme che delle mani di ferro hanno ritorto
nelle acciaierie dei vulcani dove ci si prepara dei satelliti per i cannoni
impalpabili panni che accarezzano la pelle del paese insicuro

*

attraverso la finestra aperta le case entrano nella mia camera
con delle camere in disordine dei risvegli e delle finestre aperte
le caraffe dei campanili si sgolano al fresco delle gengive
sotto la lente d’ingrandimento del cuore l’erba intreccia la sua vetrata
l’erba offre dei tessuti il sistema e il dettaglio
ma andatevene freschi ricordi e previsioni di primavere passate e d’altre a venire
lasciatemi il mio inverno di cuoio al mio sotterraneo lavoro
nervi nutriti di una pigra costanza l’umidità degli astri viventi
dalla radice alla pietra vede il male
il vento falcia la chioma delle nostre speranze

*

risveglio al limite delle fini di frase sospette
risveglio limite entro nel giorno il sonno al rovescio
al nuoto che sfocia nella spaziosa festa dell’aria carica di sinonimi
ho camminato sul cielo a testa bassa
tra gli arbusti di fumo d’alghe i sentieri lattei
i banchi marini di termometri e di pianeti
dove germogliano i berretti i fari e delle orecchie di grammofono
la catena delle montagne dorate sul ventre
il sole un orologio e la vetrina del mondo
le forbici delle lancette tagliano l’ombra sino alla notte
l’uomo s’accorcia con l’anno infinitamente

*

i torrenti srotolano la loro pellicola attraverso il paesaggio
il cowboy guarnisce il suo podere di alberi di lacci
l’orizzonte testa nuda gli serve da ombrello e il suo cuore
il suo amore zampilla del calore del geyser criniera al vento
e la vita si rannicchia quando lui vende la sua pelle al diavolo
ho camminato sul cielo con l’anno infinitamente
si seguono le foreste anatomiche dove lo si pianta di annotazioni
l’uomo s’accorcia con l’ombra sino alla notte
e la pioggia cade dal basso in alto schizza la tribù degli dèi nomadi
ho camminato sul cielo alla vetrina del mondo
dove le stelle volano da un fiore all’altro e succhiano il miele della loro primavera di piuma

*

In fondo proprio in fondo chi dissimula vede
vede un altro occhio nascosto all’interno
all’intersezione delle correnti di carnali inclinazioni
si scorda il nocciolo nelle sue palpebre e petali
mentre i cartelli strappano il rivestimento del muro
ma ecco gli annunci che dicono che tutto non è di fuori
e raccoglie le foglie che il suo autunno posò per terra
e la neve già cade e le chiese si stendono per le strade accuratamente
e i gatti in braccio divengono delle piccole locomotive
circondati come noi lo siamo di uccelli e di fortificazioni
silenzio boreale silenzio dall’occhio aperto come una bocca
e dai denti di neve al posto delle ciglia
pacco di case immobile legato pronto a sprofondare
nel baratro luminoso del mare splendida cataratta e crisi
sebbene i rami abbiano insinuato la loro cristallina nudità un po’ ghiacciata dappertutto
quanti strani matematici giocano nel tuo sorriso accanto al fuoco compiaciuto
e quante navi solcano il ricordo delle tue arterie
le latitudini del tuo corpo morse alle carni incantate
sotto il disgelo delle tue fini parole che cadono dal bordo dei tuoi occhi navigabili

*

ma che la porta si apra infine come la prima pagina di un libro
la tua camera piena d’indomabili d’amorose coincidenze tristi o felici
taglierò a fette il lungo filo dello sguardo fisso
e ogni parola sarà un incantesimo per l’occhio e di pagina in pagina
le mie dita conosceranno il fiore del tuo corpo e di pagina in pagina
dalla tua notte l’arcana ricerca si schiarirà e di pagina in pagina 
le ali della tua parola mi saranno ventagli e di pagina in pagina
dei ventagli per scacciare la notte dalla tua figura e di pagina in pagina
il tuo carico di parole al largo sarà la mia guarigione e di pagina in pagina
gli anni diminuiranno verso l’impalpabile soffio che la tomba già brama




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