mercoledì 3 ottobre 2018

Tristan Tzara, L'Uomo Approssimativo XVII

il cuore cacciavite

le mie mostruose brame di cielo corrosivo
i miei lebbrosari di nuvole
i cuori di struzzo nascondono la testa del paesaggio nella sabbia
e il pennello del dolore scivola sempre su tutte le carni
a ogni passo il problema della nostra realtà sfiora il furore delle ragioni d’azzurro e di follia
poiché questo nostro cuore cacciavite batte e gira, batte, gira e si rigira alla ricerca di quel marchingegno che spalancherà la porta davanti a noi, quel congegno diabolico della verità
non chiudere ancora gli occhi
né quelli degli altri

maschera funeraria copta; IV-VII secolo d.C.; Egitto; legno dipinto


XVII

imperfetti ritorni dalle lunghe meditazioni magiche
dalle meditazioni che indagano ossessioni e schianti
dai punti estremi dalle luminose longitudini
dagli alti sguardi dalla fatica delle nevi
imperfetti ritorni dalle lunghe meditazioni magiche
alle stagioni di quaggiù
inzuppate in queste alghe brulicanti di trasparenze
dei drappeggi d’eterocliti eternità trascinate nel fango di quaggiù
occhio sempre nuovo al ritorno delle cose
instancabile ritorno dall’alto dei sogni migratori
abito la musica nel forno dove le ombre cuociono
una lacrima – fredda traccia di lucertola – ci basta – negligenza smagliante
per spegnere in ogni luce il silenzio che ci seppellisce in delle orecchie di aurora
e portando la stella al guinzaglio l’affluente del giro del mondo tenta l’infinito con sfrigolanti imitazioni
non rinchiudere la stella non ancora nella teca degli occhi
stacca dalle banchine la chiaroveggenza dei fantasmi di cui le mani tese da catene
raccolgono il decollo leggero dalle fluorescenti profezie di suicidi
e le speculazioni inesauribili di alti studi d’atmosfere
lebbrosari di nuvole

*

sotto la cupola delle ali parlanti che sa enumerare gli aculei della grotta
la leva della notte tiene nella sua mano di ferro tutta la pesante chioma chiusa a chiave
così nel tuo cuore di folli ammiccamenti il bimbo sta in l’equilibrio
al centro del suo cuore di spugna
all’ombra della forza burrascosa e barbara
e malgrado l’esitazione lunare delle prospettive assise
nei campi di stelle alpine dove crescono gli stemmi selvaggi
gli arbusti impigliati alle capre svitano i bagliori che la foschia travolge
che il volto d’anemone lecca la macchia di luna improvvisa
e che le sopracciglia d’amara lana al di sopra del tempio di sale
s’attardano ai tentativi di schiudersi dalle prue notturne –
i cuori di struzzo nascondono la testa del paesaggio nella sabbia
e il pennello del dolore scivola sempre su tutte le carni
che siano di perle o di coltri
e su tanti altri

*

ai nucleari confini dove la nuvola palpeggia di pioggia
spreme la cima squamata contro la guancia succosa
da dove precipitano le segrete impazienze
i piaceri inesplorati di questi abissi di solfeggi
nel fondo sempre più lontano dell’affetto
si riversano sulla pianura quando mezzanotte mietitrice di tutti gli errori
rimbrotta l’infinito colore che muore della notte di piombo
del giorno di piombo

*

l’uomo celeste brocca da dove il sogno succhia la sua luce di corridoio
raccoglie il polline di pietra all’incrocio dei viali
le cineree gobbe – non ne abbiamo il tempo
l’uomo a sonagli si dipana dal sentimento quando dal mulino s’avvicinano i covoni
e il pesce orecchio stropicciato scorrazza attorno al contagocce del risveglio
ecco l’archetto tende il reticolo articolato del riso – l’aurora
e i guanti tiran fuori le effimere miniere di verità dalle tasche scoscese di vivi prestiti

*

sepolte sono le immagini nei voli alla ricerca degli albatros
e il cuore cacciavite va loro incontro
perché ti ho abbandonato bell’orlatura di sole
alla tenda della finestra vuota appuntata con dei giardini d’arcobaleno
e sebbene l’orizzonte della mia chiara voluttà sia restato a scaldarti
del calore vigile dei tulipani accanto a te
addolorato dai calabroni di nuvole la brace delle canzoni
serpeggia verso l’ineffabile disperazione di granito
la liquefazione dei giorni – i ruscelli si trasformano
e il cuore cacciavite va loro incontro

*

e quando come il sale la tua età sale alla superficie dell’acqua
filtrato attraverso tante lunghe capigliature di femmine e fumi di treni e battelli
le rimesse delle annate di scorie si svuotano nella vallata
e contro i biliardi sdentati sbattono le case degli straccioni
e i cervelli d’asfalto
ci sono anche le occasioni che offre la natura allo sbaraglio
degli olfatti senza filo di assurdi eccessi d’asfodeli
degli spaventapasseri d’anima che non si lasciano avvicinare da alcuna consolazione dei gabbiani di latte
dei vecchi giardini che volteggiano in lacrime nei fronzoli dei fremiti
le medaglie di schiuma piantate contro le macerie di nicchie
che indicano agli stigi dei nostri diluviani saperi la strada da seguire lungo gli asterischi dell’autunno
e quando il fieno fermenta lungo i fischi
che senza ragione si riversano nei profondi scoppi di risa
mentre mostrano dei denti di stalattiti dalle rugiade di cenere
e dagli sbadigli terrorizzati dei crostacei
la tremula fiamma dei pugnali sale su delle scalinate d’araucarie
sulle alte gradinate popolate di nembi
d’aeree precauzioni di vocali gracili
di cuscini che cantano degli ascessi di chiarezza che scoppiano e di venti
dove a ogni passo il problema della nostra realtà sfiora il furore delle ragioni d’azzurro e di follia
e di tanto altro e di tanto d’altri

*

non chiudere ancora gli occhi
nelle custodie di siepe sotto i passamontagna dei pascoli ogni tenda si mantiene segreta
e per la bocca assediata dagli insulti di trombe e di petardi
abbandona il sudore delle mani di resina

*

i pori della terra si aprono con quelli della pelle
e le mani scostate le ferite ancora soffici delle granate
nella terra aggrappate di paura che questa non se ne vola via come biancheria
serrano il suo rigore di sudario sporco
non chiudere ancora gli occhi
le mortifere cavalcate della solitudine
e questo slancio che si ripercuote in me annerito
si spezza in me contro le pareti si spezza
impetuoso come un getto di pesante sole che schizza
che affonda il pestello nella gola sorda del pozzo –
che questo slancio senza nome la bocca contorta dal non conoscersi
dal non poter strappare la notte profondamente piantata nel cranio
possa congiungere attraverso tumuli e polipai sul familiare vassoio
le due eclissi a manovella di maggiorana i popoli disfatti
la caccia all’onda nera che stende la folgorale conoscenza
il cielo che ristagna di falso
e l’amore svezzato d’amarezza sotto la cupola
e il sorridere di smalto innestato nella vena
la chitarra museruola delle diffidenze vistose
il facile arnese nella mano del deserto di rafia
la sorgente corretta nell’anima laboriosa
che cede alla droga di una giovinezza futura
quale crimine insospettato e quale sobrio dolore vegetale
sapranno in un giorno di zaffiro placare le mie mostruose brame
le mie mostruose brame di cielo corrosivo
d’uomo braccato dai morsi seppie degli idoli violenti
mentre la sua vita si sbriciola sotto la pioggia continua delle tentazioni
cieca alle congiure di fascini questi pani d’illusione quotidiana
sul sagrato del sonno dalle lattee incertezze di larve
dove lentamente scorrono le linfe delle nostre dottrine di morte e d’ispirazione

*

allora quella vecchiaia ci esilia dai fondi furfanti degli inferi
ci sbircia pure all’angolo del sole per dove la nostra strada è passata o passerà un giorno
ronzante d’ambizioni ancora sconosciute munita di purulenti pazienze
e sulla cancrena dei pascoli che dissolve la bocca del colore al tramonto
si prepara l’avvento dello spirito dai segni morti dell’antracite
e il cuore cacciavite gli va incontro

*

e che questo siano i nomi dei fiori le rive delle espressioni mescolate all’oro delle isole
i costumi delle strade le punte dei sensi gravi
dove tutto è vero e il giardino delle esperidi non è più lontano che una stretta di mani
dove i linguaggi fanno spumeggiare a fior di pelle la loro feccia
e tutti i supremi disinganni e le loro condotte di fuoco
sigillano il pasto pagano dai silenzi della pietra
che questa sia l’usura prodigiosa degli schiamazzi
che questo siano le vacillanti aspirazioni che circolano nelle erboristerie del sogno
e i bambù che orbitano attorno all’acrobatico cerimoniale dei remi
tanto lenta è la navigazione dello spirito che si affida ai pegni solenni della malinconia
ed è eloquente la lanterna che prelude tante emozioni a fianco della notte
ai pegni solenni della malinconia
che importa – la piroga dei prodigi traccia dei nuovi sentieri
su questa terra di cuori – il suo impero
non chiudere gli occhi
da dove escono i labirinti e gli agili agguati della carne sazia di demenza
e se apri gli zefiri ai fianchi solenni della malinconia
non sobbalzare – il circo inghirlandato di sonagli di pagode si consegna alla peonia
e le commozioni hanno consumato la sella delle cascate orchestrali
così tante notti hanno acceso la loro pipa dalle scintillanti staffe i venti mistici
che alla base della tua parola hanno preso respiro
non chiudere ancora gli occhi
alla cuccia del sole s’è ritirata tutta la musica
le radici l’hanno germogliata fino alle torture delle sfere sporadice
e costeggiandone i fianchi e le frane di metafore
gli occhi delle cifre si sono riempiti del tempo suonato al gioco delle arti

*

e l’amore umano plasmato sotto la crosta del disgusto
che coagula nel suo ventre di ferro l’inconsolabile pallore delle prigioni
e la paura che aumenta su dei pioli di verità
s’inventa e si perde nell’occhio del cinghiale
e i pianti chimerici si regolano su dei trampoli
l’odio che nidifica nella memoria del vino
si scrosta e si ritrova alle ore di selce irrigidita
e la pena – calice di rughe – che l’agreste figura del giorno immemore augura
e beve – prolifica stagione d’esequie le tempie schiodate –
e che questo sia il dolore del vento portato in fronte al nichel
che riempe l’olifante di fosca argilla delle passioni liriche dei clan scossi
le cifre si sono spianate tanto prosegue l’immensità degli istinti
verso questo divino concime – le carogne
e che questo sia il cuore che va al suo incontro d’amore o il disprezzo
ce ne saranno sempre tanti altri e tanti altri
non chiudere ancora gli occhi
né quelli degli altri

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